volere bene

sono andata a vedere un concerto. suonavano i comaneci. io ai comaneci voglio bene, poi mi è piaciuta la scelta dei fiati dell’ivan illich. di fiati non ne so niente. direi che erano una tuba (basso tuba?), due tromboni, un flauto traverso e un altro che non vedevo dalla mia posizione. forse un sassofono.

ma avrei sorriso e fatto gli urletti lo stesso a francesca e glauco. gli voglio bene anche quando suonano chitarra e chitarra. o chitarra e banjo.

il fatto è che prima di uscire a fumare una paglia a concerto finito mi sono fermata al merchandising e ho  detto “un vinile e un cd”. lui mi ha detto “nel vinile c’è anche il cd”. io ho detto “lo so. il cd lo compro lo stesso, lo regalerò”.

io non sapevo né so affatto a chi regalerò quel cd. so che per me sarà un bel regalo. so che ormai compro pochissimi dischi. so che ai comaneci voglio bene.
e poi il disco si chiama uh. io quando chatto scrivo spesso uh. faccia a faccia lo esprimo con la faccia, credo. uh.
io ai comaneci voglio bene. e credo ancora nell’etica del daje.

2012. I dischi, poco altro.

Quest’anno per me è partito con fiducia che si è evoluta in slancio. Roba tutta mia e del mio sentire e sentirmi al mondo. Mesi di progressiva emancipazione, entusiasmo.

Poi è passato tutto. E’ arrivato anche il momento del peggio. Un brutto peggio, giusto a metà dell’anno.
E ora quest’anno lo chiudo mesta, ma non preoccupata. Mi riconosco e continuo a dirmi “porcocazzo, oli. o ti accetti per come sei fatta, o provi a darti delle mosse”.

Ma sarebbero soltanto mosse, appunto. Per tirarsi fuori da una situazione contingente di disagio/malessere. Una alla volta, volta per volta. Spinte, forzature. Ma sotto sotto rimango io, sempre quella lì. Lagnona, riservata, solitaria. Lagnona anche perché solitaria.

E niente, questi sono i dischi.

10. Here We Go Magic – A Different Ship

a different ship

Non lo so come questo disco sia arrivato fin qui, fino alla fine dell’anno. In un anno in cui ho comprato pochi dischi (e riprenderò a comprare cd soltanto quando mi farò un impianto. E ok, arredano, ma almeno i vinili posso suonarli su quel piatto da due soldi che ho) l’altro giorno ho deciso di comprare lui. Perché è arrivato fino alla fine, anche se con ascolti discontinui. Era la cosa che mettevo su quando volevo tirarmi su. Di come suona non so dire, lo trovo piuttosto eclettico. Un po’ classicamente folk, un po’ storto negli arpeggi e nella ritmica (ah, già. Produce Nigel Godrich). So che mi tira su e non mi pare poco.



9. Tame Impala – Lonerism

lonerismIo vivo fuori dal mondo. Cioè. Nel mondo ci vivo tutti i giorni, ma anche in quella parte di mondo in cui non scelgo le persone che mi circondano (l’ambiente lavorativo, cos’altro) rimango completamente isolata dai fenomeni che accadono là fuori. Non mi arriva il pulcino pio, non mi arriva Call me maybe, non mi arriva il campionato di calcio in nessuna forma, non mi arriva Gangnam style. Quindi i Tame Impala li ho scaricati, ascoltati e mi sono detta “wow, quanto ci stanno bene questi suoni adesso ora e quest’anno”. Poi al bar dove vado a prendere il caffè della mattina li ho sentiti suonare su Radio dj, poi li ho sentiti nelle serie tv. Poi non lo so davvero quanto siano esplosi, ma forse mi è bastato leggere un paio di post di genti milanesi per capire che quest’anno loro sono la cosa. Però che gli vuoi dire di brutto a questo disco? Magari vediamo come ne escono col prossimo, ma nel frattempo mi faccio volentieri dilatare i neuroni.


8. Beach House – Bloom

bloomNon riesco ad ascoltarglielo più. Ecco perché son finiti così in basso. In realtà non ci ho neanche riprovato, ultimamente. Potrei farlo. A differenza di quello che mi disse un’amica (ciao Frà) in chiacchiere musicali tra amiche in questo disco i Beach House non ripetono sé stessi. E’ il motivo per cui lo avevo accolto con un WTF, all’inizio. E’ un disco pop e io col pop non vado sempre d’accordo. Però certe volte sì, se mi ci metto. Prometto di riascoltarlo nei prossimi giorni, per ora lo parcheggio qui.


7. Lindsay Fuller – You, Anniversary

you, anniversaryE non ce la facciamo più a star dietro a tutto. Probabilmente questo è l’anno in cui ho scoperto meno cose minori in assoluto. Certo, ne ho ascoltate di cose a me sconosciute, ma chi se ne ricorda. E invece lei mi ha folgorato. Sostanzialmente una folksinger un po’ emo. Credo che il mio innamoramento sia arrivato con questo video in cui ci ho messo tantissimo a capire che a cantare era una donna e non un ragazzino. Datemi androginia ed è subito cotta. Lindsay Fuller ha una voce che non dovrebbe piacermi. A me l’infiorettato non piace e lei la usa un po’ troppo, quella voce (a me suona emo, l’ho già detto). Ma c’ha le canzoni, il disco. E tanta tanta anima americana (lei viene dall’Alabama e si sente) come piace a noi. Ah, le scoperte di cose minori le devo quasi tutte a Giuseppe, come sempre da anni.


6. Bat for Lashes – The Haunted Man

the haunted man

Ma ditemi, cosa ci fa Bat for Lashes nella mia classifica dei dischi dell’anno? No, perché io davvero non lo so. Bat fo Lashes, per me, è quel tipo di artista che piace agli amici gay. E’ quel tipo di artista al cui concerto mi aspetto di incrociare tutte le varie arternatività che di solito non vedo ai concerti che piacciono a me. Gli artisti, i web designer, i pubblicitari, i grafici, i comunicativi, i post wave alla moda, i radical chic-senza-radical.
Il giorno dopo il suo concerto a Milano (ma ditemi: come mai ho fatto una trasferta per vedere Bat for Lashes dal vivo?) ho chiesto alla donna di prestigio “Ma se tu dovessi dirlo o scriverlo che musica fa Bat for Lashes?”. “Non so. Pop dei marziani?”, ha risposto lei. “E degli sciamani”, ho aggiunto io. Ecco, Natasha Khan è e fa delle cose piuttosto lontane dal mio gusto, dalla mia estetica di vita, che è fatta di vestiti neri o grigi e tono di voce bassa, non sia mai che per errore capiti di spiccare, andrei a nascondermi sotto un tavolo. E però Bat for Lashes sta qui, con un disco che le ho ascoltato decine di volte, che contiene la canzone perfetta, irrinunciabile, da mandare in loop forever, ignorando con volontà e determinazione la fottuta similarità di ritmo che quel pezzo ha con quell’altro pezzo di Gotye che tanto ci ha sfrancicato i maroni per mesi e mesi e mesi.



5. Grizzly Bear – Shields

shieldsQuando scrivo che io non sono una persona tanto pop bisogna contestualizzare cosa scrivo. Se i Grizzly Bear (che fighi sono sempre stati) nel tempo prendono una direzione più accessibile i Grizzly Bear, per me anima di orecchie semplici, arrivano a fare un disco pop quasi perfetto. La perfezione pop per me è quella dei dischi che li ascolti e ti si incistano in testa. (Sì, ok. anche Call me maybe, ma avete capito).


4. Perfume Genius – Put Your Back N 2 It

Put Your Back N 2 ItQuest’anno ho ascoltato anche della musica maschia. E non parlo della solita musica maschia barbuta e un po’ puzzona da folksinger o vaccaro americano (e no, cari Band of Horses. Quest’anno avete fatto un disco un po’ così. Niente top ten per voi), ma di maschi più pesi e pesti. Tipo il disco dei Metz, che mi è piaciuto. Ma poi il disco dei Metz mi suona genere. Come se non suonasse genere la maggiorparte delle cose che ascolto. Ma che c’entra, quello è il mio genere – che non è ardecore –  e non devo render conto a nessuno di cosa mi piace. In più io non sono maschia proprio per niente e il cuoricino mi si gonfia di piccipuccismo di fronte a Perfume Genius. Così tanto piccipuccismo che non so neanche quale video linkare, tra quello con la mamma e i cagnetti, quello con l’orsettone pornoprotettivo e questo qua, via.
Più coccole tenerorse e genderbending per tutt*



3. Sharon Van Etten – Tramp

trampAllora, sharonetta. Non puoi avercela con me per questa cosa, ok? Io ti sono devota. Io penso che ogni nota che suoni e respiro che emetti cantando mi legano stretta stretta a te e che sempre sarai nell’Olimpo delle Dee Assolute di Nostra Musica delle lacrime, le sistodiastole, le coliti e l’ormone. Questo disco te l’ho ascoltato così tanto. Ti ho scritto un messaggio privato su Facebook quando ancora il tuo profilo era personale. Ti ho sorriso e mi hai sorriso e mi hai detto “you’re very nice, thank you” da quella prima fila lì a Bruxelles. Era proprio quell’inizio di anno in cui mi sentivo rinascere, era ancora tutto perfetto e perfettibile. E sai cosa c’è? Il tuo disco l’ho riascoltato ieri dopo mesi e mesi e non ho cambiato idea. Se sei qui al terzo posto è solo a causa del disco che ho dovuto mettere al secondo. E questo video che linko mi è arrivato l’altro giorno come una sorpresa che mi fa pensare che io e te abbiamo ancora un futuro insieme, eccome. Ma quando cazzo vieni a suonare in Italia?


2. Cat Power – Sun

sunQuindi, sharonetta, il problema era con questa testa di serie qui. Super testa paZa di serie. Da quando ho scritto quello che ho scritto su Sun non ho cambiato idea. Certo, ho smesso di ascoltarlo più volte al giorno. Non l’ho neanche vista dal vivo, ché era scombinata ed ha annullato il tour, Chan. Ma il modo in cui Chan scombinata fa le cose non solo genera un gran disco pieno di difetti (un gran disco, appunto), ma mi fa fare tanti ma tanti ma tanti pensieri sulla vita, il disagio, le cose, la forza. Anche se io sono messa meglio di lei e non sono frikkettona come lei. Consideralo un premio non solo a un disco che mi piace molto, ma alla forza. Alla forza, cristo.


1. Lower Dens – Nootropics

nootropicsDel disco che ho scelto quest’anno non ho mai scritto niente sul blog, mi sa. Il fatto è che di scrivere sul blog mi son rotta il cazzo piuttosto presto, quest’anno. In realtà non so neanche bene cosa scriverne. Non è un disco di strazzamento de core, non è lagnone, non è pucci. E’ krautoso, electrelaniano, è freddo, è post-punk. E siccome mi piace rinnegarmi (e non perché sia bipolare. E’ la complicanza, è quel misto di ragione e sentimento che tutte le mie carte astrali mi cuciono addosso come una condanna) ho deciso (ora, domani chissà) che il mio disco dell’anno è un disco che funziona sempre, indipendentemente dalle mie immanenti condizioni del cuore, dai bollettini notturni dell’epifisi confusa, dai discorsi seri e appassionati che faccio al muro o al cuscino, parlando con me stessa o a quell’interlocutrice che non è lì con me.

Gli altri dischi
Sarah Jaffe – The Body Wins
Liars – WXIXW
Great Lake Swimmers – New Wild Everywhere
Chelsea Wolfe – Unknown Rooms – A Collection of Acoustic Songs
Gravenhurst – The Ghost in Daylight
Father John Misty – Fear Fun

I dischi brevi
The Antlers – Undersea
Daughter – Smother

La sorpresa piccina picciò (grazie alla donna di prestigio)
Agata and Me – There Are Songs About You

I concerti belli
Sharon Van Etten@Botanique, Bruxelles (3 marzo)
Lower Dens@Blah Blah, Torino (28 maggio)
Other Lives@Hana Bi, Marina di Ravenna (30 luglio)
St. Vincent@Locomotiv, Bologna (23 febbraio)
Bonnie Prince Billy@Bolognetti Rocks, Bologna (17 luglio)

I concerti no, oppure meh
Grimes@Hana BI, Marina di Ravenna (29 maggio)
Chelsea Wolfe@Locomotiv, Bologna (19 aprile)

Le canzoni
Lower Dens – Brains
Bat For Lashes – All Your Gold
Cat Power – Cherokee
Great Lake Swimmers – The Great Exhale
Kristofer Astrom – Queen of Sorrow
Grimes – Oblivion
Sufjan Stevens –  Christmas Unicorn
Chelsea Wolfe – Boyfriend
Liars – No.1 Against the Rush
Sarah Jaffe – Sucker for Your Marketing
Agata and Me – Dancing for Your Lions
Fiona Apple – Every Single Night
Metric – Speed the Collapse
Stars – Hold On When You Get Love and Let Go When You Give It
Marina and the Diamonds – Bubblegum Bitch

ho visto i radiohead dal vivo dopo nove anni e due mesi.

e spero che almeno metà del loro cachet e del mio costosissimo biglietto vada a quelle brave persone che gli fanno il palco, le luci, le riprese, i video, i colori, il montaggio, l’orghl totale per la vista. ché loro devono pensare solo alle mie orecchie, visto che belli non sono.

(non sono una che può dire cose sui radiohead. ma di ritorno da un concerto così posso solo sorridere all’idea che uno dei gruppi più famosi al mondo sia fatto come son fatti loro. ora sono a posto per altri nove anni. con i loro dischi ho smesso da un paio, e avevo iniziato quando son diventati glitchettosi. non conosco i titoli di canzoni classiche dei radiohead. mai stata fanatica dei radiohead. viva i radiohead)

in superficie.

stars - the northstars – the north
da tempo pensavo che a loro mi legasse un affetto di lunga data e niente più. il bene che vuoi a un’amica che frequentavi tanto qualche anno fa, ma che ora incroci di rado. riconosci la faccia e le espressioni, noti una ruga che non c’era. c’è distanza. poi una sera ti ritrovi a farci le chiacchiere a lungo, sorridi, ti senti a tuo agio. nel 2012 ho incontrato di nuovo gli stars. sorrido, sculetto. che bel dischetto pop, di nuovo.

band of horses - mirage rockband of horses – mirage rock
ormai con loro siamo nel classicume classicone e da loro non mi aspetto più che un disco mi smuova sentimenti al primo ascolto. però non è mai successo che un disco dei band of horses mi smuovesse cose al primo ascolto. è quell’americana che ho bisogno di far crescere con gli ascolti, fino a quando entra nelle orecchie e me la canticchio senza rendermene conto. un po’ più country folk e meno easy listening da FM americana, stavolta. io l’ho accolto bene, per via dell’abitudine a suoni che trovo sempre confortanti. innocui, però. ho idea che rimarrà il mio easy listening, senza investimenti emotivi.
e poi c’è questo pezzo che suona come gli america dei tempi d’oro. much love.

grizzly bear - shieldsgrizzly bear – shields
non sono andata a cercare recensioni su questo disco dei grizzly bear, ma ho una mezza certezza: questo disco a me che sono una persona dai gusti semplici piace molto, quindi non piacerà così tanto agli estimatori dei grizzly bear innovatori. è un disco che ha più canzoni che ti entrano in testa e lì rimangono che piripiri sdlengsdleng. evviva il pop che evolve dello sdatadang sperimentale e diventa fischiettabile.

the xx coexistthe xx – coexist
lo sto riascoltando adesso (non lo ascoltavo da qualche giorno) perché non ricordavo davvero cosa ne pensassi. ora ho capito perché: che lo ascolti o non lo ascolti non mi cambia tanto. non è un brutto disco e io non sono affatto persona da stroncature o giudizi netti, in tutti i campi della vita. però credo di aver sviluppato una sottile discreta insofferenza verso la loro indolenza. è un disco che un po’ mi piace e un po’ mi annoia.

the liars - wixiwliars – wixiw
poi ci sarebbe un disco che è uscito da mesi, ma ho ascoltato per la prima volta l’altroieri.
io dei liars ricordo due cose: che anni fa li ascoltavo, che mi piacevano. su come suonassero i liars anni fa invece ho un grande boh, ma non credo proprio suonassero come questo disco. non è un caso che non abbia degnato di considerazione questo disco quando è uscito. erano andati a finire fuori dal mio orizzonte di interesse e cercando sul web ho scoperto – a memoria – che l’ultimo disco che gli ho ascoltato è del 2006.
ma settembre è un mese che mi mette in crisi. mi piace, settembre, per motivi climatici e insieme emotivi (mettere il giacchino di pelle in scooter, ricominciare. anche se ricominciare non significa un cazzo. è una questione tutta psicologica e umorale, via). non mi piace, settembre, perché la vita in città ricomincia troppo lentamente. là fuori non c’è niente e inizio a fare il conto alla rovescia rispetto ad eventi, concerti, cose che mi rimettano in contatto col mondo. sono sola, a settembre. soffro un po’. guardo avanti, segno date. il 27 ottobre i liars vengono a suonare a bologna, ascoltiamo sto disco, via.
e il disco mi ha colpito, ma devo essere più superficiale della superficialità sui dischi là sopra, perché finora gli ho dato due ascolti e mezzo. è un disco elettronico e io non me li ricordavo così elettronici i liars (ma può essere che facessero quella cosa che in quegli anni tutti chiamavano punk-funk?). è radioheadiano come potevano esserlo i radiohead di kid a/amnesiac. però pesca ancora nel 1982, o giù di lì. è cupissimo. forse tra un paio di ascolti mi passa, ma adesso ho voglia di ascoltarlo ancora e ancora.

cat power, sun.

ciao fra,
spero mi perdonerai se scrivo un post pubblico in risposta a una mail privata.
è da un po’ che vorrei scrivere. è una cosa che farei sempre, se solo riuscissi a farlo sempre. non riesco.
il fatto è che a me piace scrivere di musica e di fatti miei, insieme. di musica scrivono in tanti, pure troppi. sui fatti miei tante volte mi sento fragile, non abbastanza corazzata per scriverne.

comunque. tu mi scrivi perché ci vogliamo bene e ci vogliamo tanto bene sulla musica, anche. su questo nuovo disco di cat power ho collezionato sms, mail, google chat, messaggi privati su facebook. “collezionato” per dire. amiche, amici. poche persone a cui ho passato un link di download. tra me, quelle amiche e quegli amici chan marshall la vorremmo: sposare/fidanzare/abbracciare/tenere. tenere qua per sempre nelle orecchie.

fra, mi dici che al quarto ascolto del disco ti trovi un po’ d’accordo con la recensione cattivella. io però vorrei attaccarmi alla mail che mi hai scritto subito subito dopo. quella in cui dici che ami chan marshall come fosse tu’ sorella.
preferisco davvero partire da qui. non perché (ma anche perché) quella recensione è brutta, scritta male, poco dedicata, superficiale. non amorevole.
a sun ho dato dieci-dodici di ascolti, da lunedì a venerdì. che significa che lo ascolto 2-3 volte al giorno da lunedì. non vuol dir niente. ci sono dischi che ascolto in loop per dieci giorni, mi pare di ascoltarli davvero a lungo, poi li dimentico. succede spesso.
ora sto facendo la pausa del weekend, per vedere come suona dopo due giorni di pausa. me lo suono lo stesso tutto in testa.

ma quanti sono i dischi che ascoltiamo senza infilarci dentro il nostro emotivo, il vissuto, la nostra povera storia, il malessere del momento e quello di una vita? (esistono i dischi leggeri, certo. ma qui non sto parlando di quelli).
sto comunque parlando di pop, non di musica colta. e pure lì non credo ci sia un approccio da ingegnere da parte di tutti (prima o poi conoscerò un ingegnere che mi dirà “smettila con questo luogo comune”. certo, sarebbe meglio scoprire sorpresa che una persona con la quale condivido cose emotive è un ingegnere).

ci sono gli esordi, certo. ma quando un esordio ti fulmina cerchi (cerco) comunque l’intorno. cosa dicono i testi, da dove vieni, chi sei, qual è la tua storia, cosa mi stai a dire.

sun mi ha commosso subito. perché chi è cat power lo so. a cat power ho consumato i dischi. dal vivo ho visto soltanto quattro live. al primo avrei voluto prenderla a sberle, scuoterle la testa frangettata e dirle “ripijati, chan, dai”. ma non mi interessa presentare il mio cv di amore per cat power.

quella recensione è brutta perché ha un approccio da ingegnere. chan marshall ha un talento immenso ed è pazza. ma io non sono amica sua. come te e tutti noi leggo quello che ne scrivono, non so affatto come sta davvero.

sun mi dà il magone e le emozioni. mi dà le emozioni anche per via del magone.
chan marshall fa un disco di cose sue dopo sei anni. ci sono dei pezzi nel disco che mi spezzano, altri che mi fanno pensare “sì, chan. perfetto così. accarezzami ancora così”. io non mi voglio fidanzare con chan, come vorrebbero vittoria e laura. io però la vorrei sempre avere qui accanto vicino dentro strusciante a cantarmi per sempre.

sun mi smuove assai perché siamo stratificati assai. perché non si tratta mai soltanto dell’oggetto-musica quando l’ascolti. nel momento stesso in cui l’ascolti smette di essere un oggetto dalle qualità intrinseche. diventa tua, ci metti tanto di tuo.

e, per contestare una recensione che si autodefinisce acerba ma io trovo soprattutto arida dico che sì, chan usa l’autotune, ma lo fa per dire fuck mee-ee-eee-eiieiiee. e 3 6 9 (che cita una famosissima canzone popolare e l’ho scoperto da sola guglando disperatamente i testi di un disco che non è ancora uscito) è truzza e passata di moda in quanto suona anni novanta, ma proprio in quanto così tanto passata di moda riesce a fare due volte il giro e risultare spettacolare, per me.
e da quando in qua il numero di accordi usati in un pezzo ne misura la grandezza? parlo di nothin but time, ovviamente. per associazione di iggysmi ricordo al giovane recensore (spero sia molto giovane) che i wanna be your dog è fatta di tre note. tre.

chan marshall ha fatto un disco di canzoni sue. lo ha fatto da sola, lo ha suonato tutto lei. e io non posso, proprio non posso, prescindere dal solito castelletto che ci costruisco attorno e pensare che ha fatto un disco della madonna. anche se su quei sintetizzatori ha pigiato dei tasti alla cazzo (per sua stessa ammissione, più o meno), anche se non sa certo suonare la batteria, anche se jukebox era suonato da una band di musicisti strabravi (ma che noia al mio terzo live del tour di jukebox, quando tutto era così a posto). anche se l’unica canzone che davvero mi sbrindella è cherokee, quella che sbrindellerà tutti.

come te amo soprattutto cherokee, manhattan, ruin. ma ho imparato ad amare anche 3 6 9 e peace and love e nothin but time e sun, con tutti i loro piccoli e grandi difetti. e li amo perché cat power ha fatto un disco, tutto da sola, coraggiosa.
e io un disco di pezzi originali da cat power neanche me l’aspettavo più. pensavo fosse fottuta, andata del tutto, chan. pensavo fosse uscita dalle tipiche dipendenze rockenroll ed entrata in scientology/diet coke/yoga/terapie orientaliste/cazzo-ne-so. dipendenze meno divertenti, ma dipendenze.
io di questo disco non sono felice. da questo disco sono commossa, per quello che io vedo di chan marshall. che rimane una donna fragile, paZa, bipolare, psicotica, alcolista. anch’io le voglio bene come a una sorella e un po’ di più. sorrido dei suoi commenti e didascalie CAPS LOCK su facebook, twitter o instagram, ogni volta la abbraccio con un sorriso. la ascolto e temo per lei. voglio il meglio per lei, ma anche per me. e questo disco si avvicina al meglio che chan marshall può fare per me, ora.

senza titolo.

musicalmente non è successo granché e qui non ho sempre voglia di raccontare i fatti miei. che poi di fatti ce ne sono pochi, parlo più di umori che di fatti, qui.
un fatto brutto è successo, sì. è morta la gatta. ma tanto quelle poche persone che passano di qua lo sanno già, ché mi leggono anche di là e di là.
non ho pianto di pianto disperato, mai. ho sparso lacrime, ma non singhiozzi. una cosa mi perseguita ancora oggi (oltre alla sua voce, i suoi rumori, i suoi rantoli, che continuo a sentire nei vari momenti casalinghi della giornata): quando porti la gatta dal veterinario e scegli di sopprimerla (i veterinari non decidono mai per te, ti lasciano la scelta. nel caso, dopo, ti dicono “hai fatto la scelta migliore”) stai compiendo un assassinio. non lo sto dicendo con rimorso, perché lo so che ho fatto la scelta migliore, ma quando porti la gatta moribonda dal veterinario la gatta si sveglia, ulula, soffia, ringhia. su quel tavolo cleo era sveglia e io ho scelto di farla morire in quel momento. perché non c’era altra scelta. finito il trauma del dottore non avrebbe ripreso a mangiare, pisciare. non avrebbe smesso di sanguinare. sarebbe tornata a morire. la vecchia nonnina malata aveva fatto la svolta, come è successo ai nostri nonni morti in un letto. scheletrino rognoso e puzzone, dolcissima cleopatra la bella. ci vediamo nei sogni e nelle foto, ok?


musicalmente è successo che ho visto colapesce in concerto. l’acustica del covo fa storicamente cagarone e il concerto ha zoppicato per un po’, soprattutto sulle cose più intimiste, con quella sua voce così fragile. potente potente, quando la band sparava. non un bellissimo concerto, insomma. ma il giorno dopo mi ricantavo in testa tutto il disco.

poi (anzi, prima di tutto ciò) mi sono abbattuta e rincartocciata, ché un “no” mi ha spento tutta la primavera di anima (stamina?) e corpo. poi però è morta cleo e il lutto non è amico dell’ormonella, né della primavera. e però primavera è e il lutto è praticamente elaborato (era vecchia. era malata. lo sapevo da un pezzo che quel momento sarebbe arrivato. dio, che razionale di merda che sono) e la primavera fa ormonella (e antistaminico, anche). quindi niente, sto lì. non riesco a spostare i pensieri da lì. razionale su tante cose, idiota su molte altre.

poi una cosa carina. sono andata a vedere una mostra da elastico e solo leggendo le biografie delle autrici mi sono resa conto che giulia sagramola altro non è (era) che milk and mint. sono andata a dirle che nell’era geologica dei blog, quando i blog erano qualcosa, ci leggevamo e commentavamo reciprocamente. il neurone ugo ha anche un ricordo vago vaghissimo di una sua storia in cui in qualche modo citava delay decay attack. ma questo non gliel’ho detto. magari ugo sbagliava, boh.

poi sono diventata amica di cat power su facebook. ve la consiglio, è paZa e scrive solo in caps lock. la seguo anche su instagram e ora conosco un pezzo della sua camera da letto. mi son fatta l’idea che chan si è un po’ rincoglionita e perde tempo sull’internèt come tutti noialtri mortali messi male, piuttosto che far uscire ‘sto disco che tutti aspettiamo con ammore e speranza che non muore.

poi ho passato un bellissimo weekend bolognese con le giovani(ssimissssssime) amiche from alba, piemonte che avevo conosciuto a capodanno. super relax e super polleggio. di quelli col sorriso stampato in faccia.

poi basta, direi. musicalmente ho conosciuto un’altra femmina con chitarra. è inglesa, si chiama daughter, le ho ascoltato due ep. promette bene.


detto questo, sono anche un po’ in fissa con quella giovane smandrappata di grimes. senza motivo, se non quello che ogni tanto ci vogliamo pure divertire.

cose belle che poche nella vita (sharon van etten live @botanique, bruxelles)

sto qui a pensarci da un po’ e non so neanche come iniziare, quali parole usare.
che vedere sharon van etten dal vivo mi avrebbe lasciata profondamente emozionata e scombussolata potevo immaginarlo. senza parole però proprio no.
ora ci provo piano piano, a rate. anche perché è mezzanotte, sono atterrata a bologna poco più di un’ora fa, dopo una toccata e fuga che mi ha ribaltato tutta e una domenica brussellese passata in coma tra il divano e il cesso. e ok, lì sharon non c’entra niente. è stato l’aver fatto le cinque di mattina con la balotta viziosa degli amici di laura. e quando vizio chiama olivia risponde. cin cin.
quindi butto giù qualche riga, ma riprendo domani.

la rotonde del botanique è un luogo davvero suggestivo. sapevo che non avrei dovuto preoccuparmi di perdere l’ambita posizione in prima fila, ma non ricordavo che la sala fosse davvero così piccola e raccolta. un posto da cento, centocinquanta persone, con il palco che arriva appena sopra le ginocchia. e parlo delle mie ginocchia di nana, non di quelle di un gigante.
ero lì alle otto in punto ad aspettare di essere a un braccio di distanza dall’artista che più mi ha sconquassato in questi ultimi due anni.
cosa significa sharon van etten per me, cosa mi dà la sua musica, la sua voce, i suoi testi, i suoi sguardi e sorrisi non starò a ripeterlo: chi passa da qui lo sa. chi ci capita guglando per caso si navighi l’apposita categoria comodamente collocata lì sulla destra. quindi potete immaginarlo: stavo lì come un’adolescente. mi è proprio venuto il batticuore quando l’ho intravista là dietro il backstage, poco prima di salire sul palco.

la modalità di sharon la conosciamo. lei è una timida, una grandissima timida ed è per questo che interagisce continuamente col pubblico. e però lì era come stare a un house concert e il pubblico le diceva le cose anche dall’ultima fila, senza dover alzare particolarmente la voce.
leggendo e leggendo di tutto e di ogni su di lei ho anche capito che l’amore che provo io, quella cosa così intensa, lo condivido con altre persone. ci sono persone che cadono vittime di sharonetta e ci sentiamo tutti un po’ così. rapiti, imbambolati, innamorati. corrisposti, anche. etten heads, li hanno chiamati da qualche parte. ecco, l’altra sera non ero l’unica testa di sharon nella sala.
a un certo punto lei dice “è da un po’ che non vengo a bruxelles. cosa sarà? un anno?”. dal pubblico “un anno e sedici giorni”. ecco cosa intendo.

io volevo il suo sorriso. volevo il suo sorriso per me. per questo avevo pensato di fare un cartello scemo: non avrebbe potuto evitare di sorridermi. e il sorriso però me lo dà subito, al secondo pezzo. iniziano le note di peace signs e lei non entra quando dovrebbe entrare con la voce. ferma tutti e dice “non ricordo la prima strofa”. io son lì davanti, “i woke up i was already me”, le dico. sorrisone, “oh, conosci le mie canzoni. you’re very nice, thank you”.

e il pubblico è nice davvero, lo ripeterà tante di quelle volte durante la serata. ci sono vari silenzi tra un pezzo e l’altro, deve spesso riaccordare la chitarra. lei chiacchiera e la gente risponde. “spero voi abbiate pazienza” e da dietro si leva una voce di uomo che dice “sarò paziente se mi dici perché non hai mai risposto alla mia fan mail”. il resto del pubblico fa buuuuu. inizia un’altra scenetta. lei è imbarazzata, ma scherza a lungo col tipo, che è un filino aggressive. “sai, scusa, sono stata molto impegnata ultimamente. e comunque ti dedico questa canzone. parla di un tipo con cui ho rotto”.

setlistovviamente la scaletta è basata in gran parte su tramp. quattro pezzi da epic, nessuno da because i was in love. non mi ha fatto a crime. non mi ha fatto for you. ma non posso dire di essere delusa.
mi dispiace non avere foto decenti. trovo piuttosto discutibile la scelta sulle luci, con i musicisti retroilluminati e le foto che vengono tutte blu, rosse o fuchsia. per non parlare delle luci bianche sparate in faccia a te, pubblico.

sharon van ettensharon van ettensharon van etten

i video sono tremolanti per due motivi: 1. non riuscivo a stare ferma (già mi sono sforzata tantissimo di non cantare, che altrimenti poi li avrei dovuti buttare al cesso, con la mia voce che copriva la sua) 2. ero troppo vicino a lei. non riuscivo ad inquadrare, proprio. dovevo tenere l’iphone attaccato alla pancia per poterla riprendere almeno fino alla chitarra e la pancia mica riesce a inquadrare granché bene. e no, non me ne sto certo lamentando.

quando è uscita per il bis ho deciso che era il momento giusto: una super timida come me che tira fuori un cartello da mostrare a una supertimida come lei. ha ha. (laura non ci credeva davvero che l’avrei fatto. ma io ci avevo il cuore che faceva pumpùm come quando ti innamori, che volete?)

così, questo è il cartello scemo.

really? ohhhh. you’re nice, di nuovo. con quel suo sorriso pucci.
come to italy!, le dico. ohh, i wish. i’d really like to. se qualcuno mi invitasse, aggiunge. ragazzo dietro di me dice “you can stay at my place”. rideroni, tutti. di nuovo.
e così dedica next song (all i can) a tutti gli italiani presenti nella stanza.

chiude il concerto con una versione alternativa di love more. l’harmonium è davvero troppo pesante da scarrozzare, dice. quindi proveranno a suonare una versione sperimentale, dice. da brividi lo stesso, dico io.

rimaniamo fuori a fare le fans, aspettare che esca. ho comprato il sette pollici di leonard, le avrei detto poche parole d’amore sconclusionate e me lo sarei fatto firmare. lo so che sarebbero state poche parole, perché mille ne pensa e dieci ne dice, una timida. ma sharon non è mai uscita. “she’s tired”, ha detto qualcuno. e un’ora di attesa post concerto ci è parsa sufficiente. se un’artista esce dopo un’ora non deve certo avere tutta ‘sta voglia di parlare con i fans.
e quindi siamo andate ad ubriacarci. con un cuore gonfio così, io.

so che avrei dovuto tagliare la parte iniziale dei video: non volevo perdere l’inizio delle canzoni che avevo deciso di riprendere, avevo sotto gli occhi la scaletta. però non potevo immaginare tutte quelle pause tra un brano e l’altro. ma li lascio così anche per un altro motivo, per far vedere a tutti voi quanto piccipuccismo c’è in quella donna lì.

prima di give out riaccorda la chitarra. ci mette un po’. chiacchiera per rompere il silenzio: “sometimes i don’t know what to say. i feel like i shoud say something […] this quiet”
dal pubblico: “it’s because you’re shy”
“ooooookay”

e love more, con la chitarra al posto dell’harmonium.

e queste sono le riprese (migliori, da distanza maggiore) di qualcun altro.
life of his own, a me finora sconosciuto, lato b del sette pollici di leonard.

e quella dedicata pure ammè.

comunque

non c’ho più un posto dove scrivere i cazzi miei, quelli che non vuoi raccontare alle pareti o al gatto. quelli che vuoi ci sia gente là fuori che li legge, ma che sia gente che non sa un cazzo di te, o che ti conosce solo da lontano, per quello che scrivi o vuoi raccontare. per il modo in cui lo racconti.
parlarne alle amiche è diverso. è diverso scrivere, soprattutto.
comunque stasera ho perso tutta la primavera, se la volevamo chiamare così.
ciao, sono olivia, ho diciassette anni, forse ventidue. domani vado a vedere sharonetta del mio quòr dal vivo. devo pensare solo a questo. bologna-bruxelles-bologna. trentadue ore in tutto, esclusi i tempi degli aeroporti. con bruxelles che avrà un sapore del tutto diverso. sarà tutto tanto diverso.
ma la rotonde del botanique farà al massimo duecento persone e io sarò in prima fila. e sharonetta a un certo punto mi sorriderà.
ciao, sono olivia. ho diciannove anni, al massimo massimo venticinque.
non ho mai capito quando e come si diventa grandi su certe cose. so che si fa presto a perdere la primavera, che era meglio chiamare così.
e basta. vorrei tanto avere un posto in cui scrivere davvero tutti i cazzi miei.

cose, primavera.

è la primavera, sì. probabilmente se vado indietro nel tempo fino al 2003, da quando scrivo cose in posti aperti a tutti, ma difficili da trovare o poco frequentati, scrivo cose sulle stagioni. e l’inverno che congela e l’estate che ti squaglia e la primavera che ti friccicherella. e cheppalle, quindi.
io so che non dormo. che dormo poco e male. che se ci metto le ore (le. ore.) ad addormentarmi e poi comunque mi risveglio alle tre, le quattro, le cinque quando suona la sveglia alle sette mi sento come se non avessi dormito.

e in ufficio sono nervosa. oggi paola mi ha detto “vieni di là in riunione (interna) su bla bla bla?” ho risposto che avevo troppo da fare, mi chiamasse quando davvero ci fosse stato bisogno di me. a un certo punto mi ha chiamato, mi ha guardato in faccia, mi ha detto “tu sei stanca”. e io “eh, non dormo” e lei “per gli open data?”

ma sì. non dormo anche per gli open data, per il paes, per i siti dei quartieri da rifare completamente ora che tutti i capoccia hanno detto ok (su un progetto di un anno e mezzo fa), per il senso di colpa per la collega brava bravissima (ti voglio a lavorare qui con me) che aspetta che io trovi il tempo di spiegare alla collega che la formerà sull’utilizzo del nostro cms come io ho iniziato a strutturare un sito che è ambizioso, immenso, impossibile. e che quindi mi piace. ma non c’ho tempo. supportavo il collega sul portalino degli open data del comune di bologna. e io detesto (detesto) lavorare in tempi stretti sui cms già fatti con mille moduli e mille cose che non funzionano e mille stili che non metti a posto mai. non in tempi stretti. son tutti belli con i cms degli altri.

a me piace domare i css. sono la mia cosa nerd, i css. poi di cose nerd ne pratico tante, ma se ora mi mostri un disegno e mi chiedi di farlo diventare un sito io te lo faccio diventare un sito, a livello di front end. leggero e semantico. su un’isola deserta (e sul mio pc comunale) mi basta un notepad. e un qualsiasi programma di grafica che mi faccia ridimensionare le immagini. che nei miei siti sono sempre e solo dei background, a meno che non abbiano senso come <img />

il fatto è che mi piace anche fare altro e che faccio bene anche altro. progettare, strutturare. mai da sola sui progetti immensi come spesso capita dove lavoro io (da sola la cosa nerd. non mi stare alle spalle mentre ti scrivo i css, no).
solo che sono colma. piena, satura.

oggi, fumando la paglia sul balcone la collega dell’amministrazione mi ha detto “sarà mica che adesso col contratto da comunale lavori meno di prima e non ce la fai più? sai, le ore in meno si accumulano e tu fai sempre quello che facevi prima”. saggia, la sandra. solo che non faccio solo quello che facevo prima, faccio pure di più.
non va bene per un cazzo.
poi mi ritrovo tre giorni su cinque ad uscire dall’ufficio alle due e mezza. forse ho capito cos’è. io sono abituata da sempre a un 9-18. io carburavo benissimo dopo le undici. io non sono una produttiva la mattina. adesso tre giorni su cinque vado a razzo dalle 8.30 alle 14.30. e ci arrivo devastata. forse è davvero questo.
e io non andrò a letto prima delle due stanotte. tanto non dormo, quando ci provo alle undici e mezza.

comunque. io sabato mattina prendo un aereo, vado a bruxelles, rientro domenica sera. vado a vedere sharon van etten e ancora non ho pensato a cosa le dico.
non riesco a pensarci, ché la primavera mi sta agitando. sarò in prima fila, con un foglio A3 con una frase scema. ci penso da mesi, ma ora che è qui a pochi giorni non so proprio che scrivere. una cosa scema e amorevole.

comunque non sono gli open data e neanche sharonetta i pensieri che non mi fanno dormire. non lo so mica qual è il processo chimico che non mi fa dormire, però so a cosa penso quando non dormo. la chiamo primavera. almeno c’ha il suo topos.