piena di grazia (st vincent@locomotiv club)

lo ammetto: io ad annie clark non ero mai riuscita ad affezionarmi. le ho ascoltato il primo disco nel 2007. le ho ascoltato il secondo disco nel 2009. leggevo in giro l’entusiasmo di giornalisti e blogghettari, ho riprovato ad ascoltare, ma niente: non la comprendevo, non mi smuoveva. non trovavo le canzoni, figurarsi le emozioni.

quando è uscito strange mercy ci ho riprovato -non mi si dica che sono una con i pre e post giudizi. sono sempre pronta a rivedere le mie posizioni, io. anzi, lo faccio di continuo- e, stupita, mi sono ritrovata a cliccare le stellette su itunes.
detto questo, il caro last.fm mi racconta che io a st vincent in tutti questi anni ho dedicato 98 ascolti. davvero pochi.
(per tutti quelli che pensano che last.fm nel 2012 sia davvero oald: a me serve da supporto a ugo, il neurone. mi racconta cosa ascolto. o parte di)

e però quando ho saputo che st vincent avrebbe suonato a bologna non ho esitato un attimo. certo che sarei andata a vederla. perché? perché è una femmina con la chitarra, ovvio.

[
breve parentesi su logistica/logica/ragione/sentimento, scassamento di maroni e l’inquietudine di olivia ai concerti. per st vincent mi aspettavo la prevendita e il locomotiv non ha fatto la prevendita. allora mi aspettavo la prenotazione, formula usata per i concerti più a rischio sold out l’anno scorso. e il locomotiv non ha fatto la prenotazione. il locomotiv dice “apriamo la biglietteria alle 20.30, venite subito che qui si imballa tutto”. e alle 20.33 ero lì, con una lunga fila di persone davanti a me. entri alle nove e poi? e poi stai lì in piedi davanti a fare niente e aspettare. ma olivia ai concerti a fare niente non ci sa stare. prende una birra, fa un po’ di chiacchiere. esce a fumare, torna a fare le chiacchiere. prende un’altra birra, torna a fumare. alle 22 è già chiaro che sarà sold out. alle 22.30 sono in maniche di camicia e inizio a boccheggiare. st vincent se ne sta là dietro, non esce. la musica che esce fuori dalle casse fa strippare. probabile che l’abbia scelta lei. me la immagino lì dietro a sorseggiare vino rosso, sicuro, mentre io mi innervosisco e mi agito di pensieri compositi e scomposti. esce dopo le 23, che voglio già morire.

]

st vincentclaudia sbircia la scaletta. parte con surgeon e subito dopo cheerleader. benissimo, mi dico. mi guardo due pezzi davanti e poi me ne vado affanculo là in fondo. di pezzi lì davanti ne ascolto quattro. presa, affascinata. conquistata da tanta grazia, bellezza e bravura. brava di virtuosismo non fastidioso. sghembo, come è sghemba lei, forse a tratti un po’ troppo progressive per i miei gusti. ma non riesco a staccarle gli occhi di dosso. quasi. ai trecenti gradi del locomotiv in fondo dopo un po’ ti abitui, pensi di poter resistere per qualche altro pezzo. ma ho bevuto due birre, mi scappa troppa pipì. addio seconda fila, addio.

così rimango dietro, in un locale imballato fino all’uscita. faccio due chiacchiere lamentose con inkiostro, che mi spiega il perché dell’abbandono della formula della prenotazione: la gente prenota in massa, si va in sold out teorico, il locale comunica il sold out e dice di presentarsi solo se si è nella lista prenotati, si presenta la metà della gente, il locale va in perdita. itagliani, pfui. vogliamo i concerti all’ora X, con apertura del locale all’ora X meno venti minuti e biglietti in prevendita che costano meno del biglietto acquistato sul posto, come in tutti i santicristi di paesi europei, diochitarrista. fine della seconda lamentazione.

rimango dietro e me la ballo insieme a gio. circondata però dal gruppetto froceria che parla, ride, copre i suoni e tutto. (sì, ce l’ho anche con la gente che va ai concerti solo per fare le chiacchiere).
man mano che la gente che non riesce a respirare più la dà su e torna indietro/fuori cerco di farmi più avanti. per il bis prendo tutto il mio coraggio, mi immagino di avere un corpo carroarmato-cingolato e provo a spingermi fin lì dov’ero prima. sono a un passo dalla mia posizione di prima, un ragazzo mi guarda male e fa muro per non farmi passare. metto via il carro armato, lo guardo con lo sguardo da calimero e gli dico “guarda, vorrei andare lì proprio davanti a te, dalle mie amiche. sono piccola, non te ne accorgi neanche”. sorride e mi lascia passare.

di nuovo lì davanti mi mangio le mani per non esserci rimasta di più prima, ma sono felice di esserci tornata: annie ormai è super infoiata, a un certo punto si butta nel pubblico con la sua chitarra divinamente maltrattata, la fa maltrattare al pubblico, pure. ti vien voglia di farle le corna metal roghenroa \m/
quando torna su e la guardo di nuovo in faccia capisco tutto e lo dico a claudia: “questa dev’essere un’altra a cui la musica salva la vita. lei suona per non impazzire e in questo momento si vede benissimo che l’effetto delle pilloline è passato”.

per quel poco che ho visto da vicino posso comunque dire che è bellissima. e non parlo solo del fatto che è oggettivamente una bella donna. è di una bellezza piena di grazia (see, vabbè. così pare la madonna), di garbo, di leggera follia governata con quelle mani dai polsi robusti. gentile, proprio. e per me la gentilezza è una gran bella qualità.

le foto ve le cercate su flickr, che ormai mettono tutti dei watermark, o impediscono di scaricarle. quella lassù è una miniatura ritagliata dal flickr di francesco locane.

video sul tubo ancora non pervenuti. aggiungo in seguito, nel caso.
questo ce lo metto lo stesso, perché lovvo tantissimo

[edit: un paio di video più decenti, trovati solo oggi]

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imparare l’italiano.

dopo tutto questo pezzo di vita vissuta ho capito che sull’indole e le qualità caratteriali non puoi lavorare molto. io sono timida, riservata, permalosa, non decisionista, non istintiva, tra le tante altre cose. sono qualità, sono parte di me, non le posso davvero cambiare.
però le posso forzare, quando ho bisogno di farlo. e ho spesso bisogno di farlo in relazione. qualcuno fa una battuta su di me e sto già mettendo su il grugno pavloviano? ehi, è solo una battuta, ricorda che sei tu quella permalosa, smettila. mi ritrovo da sola (leggi: senza l’amica-copertina di linus) in un posto pieno di gente che conosco e mi sento in imbarazzo? dai, avvicina la gente, chiacchiera. dopo un po’ la timidezza si scioglie. due birre aiutano.
forzare l’indole nei suoi tratti più a(anti)sociali e impacciati è una cosa che si fa per necessità. non divento certo estroversa, ma almeno provo a non restare appiccicata al muro a guardare gli altri, in silenzio. non sempre ci riesco, ma ci provo.

poi ci sono le prese di posizione maturate chissà come e perché, neanche ti ricordi più. ecco, queste non sono qualità, bensì stati. effetti di decisioni prese e mai messe in discussione. una cosa poco furba, poco adulta. se la me stessa dei vent’anni non avesse messo in discussione il categorico “il pesce mi fa schifo” (il gusto della me stessa precedente) mi sarei persa i successivi tanti anni di gran mangiate di pesce. arrosti, grigliate miste, fritture, impepate. che idiota.

così vent’anni dopo sono pronta a mettere in discussione il mio quasi altrettanto categorico “la musica italiana non mi piace”.
prima che iniziate a menarmi: io la musica italiana l’ascolto e per quanto possibile supporto le piccole scene. è il cantato in italiano che mi ha sempre dato problemi. non mi piace, mi stona, mi imbarazza. ho le mie eccezioni, ma sono davvero pochi i dischi che mi funzionano nella loro interezza di musica e parole.

taglio corto. sono io quella che è cambiata, sono meno rigida.
così mi sono presa una mezza cotta per un meraviglioso declino, il disco di colapesce. mi ero imbattuta in qualche suo brano prima dell’uscita dell’album e la cosa che mi aveva colpito più di tutte erano le sonorità “molto poco italiane” (cit.)
il disco poi è arrivato nella mia cassetta della posta all’inizio di questa settimana, fatta di giorni e giorni passati a casa, malaticcia e al riparo dl freddo. con la musica giusta, per una volta fuori dalle casse e non in cuffia.
stavo per scrivere “facile definirlo un disco invernale”, ma poi ci ho pensato un attimo. è la suggestione di affacciarsi alla finestra che me lo fa definire un disco invernale. fosse uscito in agosto ci avrei trovato l’estate.
ma ora è inverno e ascoltando colapesce io vedo l’inverno buono. quello delle persone che guardano alla neve col sorriso e l’incanto, non con la rabbia dell’automobilista con pala in mano.
non so ben dire come suona questo disco. suoni e arrangiamenti (curatissimi, perfetti) sono tanto americani dell’america che piace a me. io ci sento tanto grandaddy, ma anche sprazzi di gruppi chitarrosi come wilco o yo la tengo. poi però ci sento pure battisti, è inevitabile.

ieri ho incrociato una recensione che trovava nei testi il punto debole del disco. io, invece, per una volta riesco a godermi un disco in italiano senza l’imbarazzo dei testi. perché non sono affatto pretenziosi. non sono particolarmente ricercati, puntano spesso su un io e te, su varie forme di amore, quotidianità e malinconia. non mi disturbano, non mi imbarazzano. sto facendo progressi.

lei mi piace assai:

Febbre di crescita

E sì che stamattina c’erano -12 gradi quando tutta imbacuccata sono uscita per andare a lavorare, ma avevo passato una nottata d’inferno, tra mille malesseri di vario tipo, occhi sbarrati e gatto inerte sotto le coperte. Diventa pesantissimo un gatto, quando cerchi di farti spazio nel letto, scavalcarlo.
Esco che c’è un’aria fredda e bellissima, una luce che a breve diventerà sole che riverbera abbagliante sulla neve. Tutto questo mi dà pace, in contrasto però con stomaco, intestino e testa. Loro pensano di stare in una lavatrice di bucato scuro e provato. Quello di quando fai tardi e ti si impuzza di fumo, di alcool. Di odori e particelle di gente. E no, non ho affatto tirato tardi ieri e sono rimasta in abbigliamento da casa di domenica, con il tè, le serie tv, i gatti e il plaid leopardato dei gatti.
Ma alla fine penso che non c’è vero contrasto. E’ solo il modo buffo che il mio corpo conosce ed usa per dirmi “Ehi”. La febbriciattola, la nausea, i capogiri sono la mia neve che si scioglie al sole. Sono io col mio disgelo, dopo tanto troppo tempo di ibernazione colposa.
Così sono tornata a casa, non mi sentivo affatto bene. Però questa sono io che torno a vivere, mi piace davvero pensarla così. Mi guardo attorno e vedo cose (persone) belle che non mi sono permessa di vedere per tanto troppo tempo. Cristo, non sono proprio più abituata. Mi gira la testa, mi viene la febbre. Cresco, mi muovo. Di nuovo.

sharon van etten, tramp.

quando lo fanno su stereogum la chiamano premature evaluation.
d’altronde il fatto che da quattro giorni non ascolti altro, più e più volte al giorno, al punto di aver già incistati in testa pezzi di testi, incisi, refrain, crescendo, ululati (copyright marbie morbo) non significa che possa avere una visione oggettiva di un disco che, prima ancora di uscire, aspettavo come il disco dell’anno.

non è vero, mento. serpents mi aveva un po’ spaventato. la trovo bellissima, ululabilisima (vedi sopra), potente, piena. da respiro a pieni polmoni. ma era proprio quel pieno a farmi un po’ paura. paura di iperproduzione e pitonamento di una musica che non ha affatto bisogno di infiorettamenti. sharon van etten mi tocca il cuore con for you, con love more. ma sa farlo bene anche quando si incazza di più.

bene. i timori erano del tutto infondati. sharonetta è cresciuta e lo ha fatto in buona compagnia e in modalità vagabonda che son io ha confezionato un disco bellissimo. toccante, intenso.
sia chiaro (anche se i miei dodici lettori lo sanno benissimo): io di sve sono tossica. non è stata una cotta, non è una cotta. è un’artista che mi rivolta come un calzino. mi fa sentire innamorata, pulsante, triste, piena di energie. mi fa piangere e battere i pugni, mi fa sorridere e amare. mi fa sentire quelle cose che pochi altri musicisti mi hanno dato nella vita. mi parla, mi ha sempre parlato. mi riempie, diobono.

sharonetta è cresciuta e con lei i suoi dischi. e certo, tramp è tanto più gonfio di epic. qui siamo pieni di strumenti, il suono è stracurato, non c’è niente fuori posto. si è affidata bene, ma ha capito tutto:

“Don’t overproduce too much, don’t add too many tracks because we only have three people to do this live!” [*]

il fatto è che non sono mica i suoni pieni e l’accurata produzione di tramp a sconquassarmi il quòr. sono le canzoni.
sharon van etten ha fatto un disco pieno di canzoni bellissime. ce n’è per tutti, proprio. i pezzi epici, all i can su tutte (se cliccate sul link non fate caso a quanto malissimo è vestita. è una ragazzotta di campagna, dai). che già conoscevamo da live di qualche tempo fa e che sul disco è una bomba ad orologeria che minuto dopo minuto ti fa rizzare i peli e stringere le chiappe fino a quando non arriva l’esplosione che ti fa urlare con lei e ti fa stare bene, cazzo.
ask, anche. su cui a un certo punto io ci canto the winner takes it all. non scherzo. d’altronde su all i can ci canto no surprises. probabilmente è un mio problema.

poi ci sono i pezzi di intimismo. uno su tutti, give out, mi fa malignamente pensare (cattiva, cattiva!) “meno male che hai avuto ‘sta storia dimmerda con quest’uomo dimmerda. ti amo, perché sei capace di restituircelo così il carico di sentimenti negativi, il tuo get over, il tuo give out”.
non che io voglia sharonetta imprigionata in questa gabbia di amore che uccide. il pezzo, tra l’altro, ha almeno un paio d’anni. ma se ha deciso di inserirlo nel disco del 2012 probabilmente ha ancora qualcosa da dire al riguardo. e da qualche parte su fb ho letto che ha suonato at a talk about relationship violence awareness. you go, girl.


(sharon, tagliati i capelli, dai)

e poi in line. e i’m wrong. intima, ma spaziale. piena, come le ululabili.
poi c’è magic chords, che fa storia a sé. mi ammalia, ma non riesco ad inquadrarlo. quasi non sembra un suo pezzo. ma affascina assai.

non c’è più posto per nessuno qui dentro. sono vasta, contengo sharonetta.
disco dell’anno.

la mia veterinaria è meglio della vostra.

io qui non ho mai parlato di cleopatra, credo. quando parlo del gatto parlo di cirillo, il mio gatto.
vi presento cleopatra.

dicembre 2007: mia sorella non lavora, ché il lavoro che fa potrebbe compromettere la gravidanza. va giù dai miei per un bel po’, mi lascia cleo per un po’. mi aveva anche detto “la mia casa è piccola. non è un problema di malattie e gravidanza, ma cleo è una gatta impegnativa. perde troppo pelo. la casa è piccola. nel caso luca la sistemerebbe a zocca, in campagna, da un tipo che conosce”.
nel dicembre 2007 cleo è diventata la mia gatta.

non l’ho mai trattata come la mia gatta, lo confesso. cleo è una gatta difficilissima. quando leggo i profili dei gatti sul sito del gattile e vedo “solo per esperti” guardo cleo e le dico “tu sei solo per esperti, lo sai?
cleo non si fa prendere in braccio. le piacciono le coccole, ma mai quelle oltre. se la coccoli troppo ti mozzica, ti graffia. cleo è una gatta che ti vuole seduta sul divano. poi arriva lei e ti ciuccia. cleo ha quasi sedici anni, ma ha quella cosa lì del fare il pane. o la pasta. whatever. ma solo quando piace a lei. tu non la devi toccare. mai.

cleopatra è stata raccattata che aveva meno di un mese. nel 1996. era stata abbandonata da sua mamma. leggi -> era la gattina debole.
a otto mesi ha avuto una peritonite cattivissima. in clinica l’avevano data per spacciata, mia sorella ha chiesto “sta soffrendo?” “no, non soffre”. e allora mia sorella ha deciso di farla vivere ancora. era viva e sana. due giorni e centosessantamilalire dopo.

cleo è una gatta che non è mai stata sana, di salute. in una convivenza di mia sorella ha vissuto con altri tre gatti.
quando mia sorella cambiava appartamento, appoggiando le sue cose dall’amante dell’epoca, si è fatta dei giri. è sparita tra gli isolati. la sister l’aveva data per dispersa. poi cleo è tornata in quella casa di passaggio che non conosceva per niente.

cleo è una gattina malata e complicata. se le vuoi troppo bene a modo tuo ti urla, ti morde. se ti fai voler bene come piace a lei è tutto grande grandissimo amore.

comunque cleo respirava male, le sanguinava il naso, l’ho portata dalla mia veterinaria. e però quel pomeriggio alla mia veterinaria era arrivata un’urgenza chirurgica. mentre vedevo la gente col gattino/canino incazzarsi, mentre di là la veterinaria era in chirurgia d’urgenza con un cane con la milza spappolata pensavo “mandateveneafanculo, voi che dite di amare gli animali. la vostra ora di permesso per il cane con la tosse cronica o l’unghia incarnita non vale l’emergenza chirurgica, diocane”.

diocane l’ho scritto apposta. mi piaceva, qui.

quindi io ho aspettato un’ora, ma alla fine la mia gatta l’ho fatta vedere a un’altra veterinaria. la carla rimuoveva una milza, in quel momento.

quando l’altra veterinaria (mara. oncologa) mi ha detto “credo sia un tumore. ma non posso dirlo per certo fino a quando non..” mi è venuto da piangere su “tumore”. scontata. banale. lo so.

poi l’ho ascoltata ancora. ho fatto a cleo la terapia di dieci giorni. poi però volevo vedere solo la carla. mi fido così tanto del suo modo di.

non ci siamo fumate una sigaretta (altre volte sì). ma mi ha detto subito “non so bene che indicazioni darti”. anche senza sigaretta eravamo sedute lì, con dei silenzi.
“da veterinaria ti direi di fare tutto il possibile per. col rischio che la perdi nel lungo percorso diagnostico”.
mi ha raccontato quanto invasivo sarebbe il percorso diagnostico. e se anche sopravvive al percorso diagnostico. cleo è cardiopatica, ha insufficienza renale. non si esclude ipertiroidismo o diabete. oggi pesava due chili, cazzo. cirillo ne pesa almeno sei.
se anche sopravvive al percorso diagnostico diventa difficile darle la cura di mantenimento.

il motivo per cui io amo la mia veterinaria è che posso davvero star lì in silenzio, condividere il momento “e mo’, che cazzo faccio?”. mentre lei pastrugna la gatta per tranquillizzarla e mi spinge verso il non accanimento.

da veterinaria spingerebbe fino alla fine. da umana con gatto in casa diciannovenne mi ha detto che no, lei non lo farebbe.
“continua a darle le gocce. fai dei fumenti. chiamami, fammi sapere”.

“ti chiamo quando va male. aiutami, quando va male”.

cleopatra è anziana. si è ammalata di più. non lasciatemi da sola. che poi lo so che quando parli all’internètt parli quasi a nessuno.

Cleopatra

preordini fanatici

questo.

sharon van etten

e poi un biglietto per una data del tour europeo. sono indecisa se comprare il secondo e riservarmi di decidere alla fine, a seconda di bla bla circostanze, dove andare. è che il biglietto già preso (che non ho comprato io) è per un sabato. e mi sono ricordata che anche in quella città posso essere ospitata. quindi forse vado lì, aldilà delle circostanze tutte.

è che stamattina improvvisamente mi si è riacutizzata la sharonettite, dopo che ieri sera sono andata a letto spegnendo il computer dopo questa cosa qua.

edit: riguardo, riascolto e mi innamoro sempre di più. no, ma la chitarra? e la voce? e come muove la testa mentre canta? e il sorriso all’amica heather? e quanto è bona l’amica heather, pure? (non l’avevo mai vista prima di ora, heather w. b., le avevo solo ascoltato il disco). ma la beltà sconfinata, dico? ♥
forse non devo avere paura di questo disco in arrivo. forse mi metto ad aspettare, senza andare a caccia di leak di torrenti che poi si rivelano gran pacchi. non ho più fretta su niente, io.

il nonno.

sebbene sia morto che io avevo neanche sette anni ho un ricordo vivissimo di mio nonno paterno. sarà proprio per via dell’età, quell’infanzia in cui fai i voli pindarici di creatività e fantasia, che lui alimentava con mille storie di marinai e posti lontani. e sì che non ho gran ricordi dell’infanzia, ma il librone delle favole raccontate da lui e io sulle sue ginocchia che ascoltavo e guardavo ammirata le figure favolose lo ricordo benissimo. i suoi quadri, le sue navi in bottiglia, tutte le creazioni fatte con fauna e flora del mare. queste sono più facili da ricordare, perché sono rimaste e negli anni ho avuto modo di guardarle e ricordare, a casa dei miei zii.
mio nonno era un artista e un vecchio comunista. questo è il ricordo che ho di lui. non saprei dire neanche che mestiere facesse da giovane. aveva i tatuaggi blu china, una sirena che si muoveva col guizzo del muscolo. i fascisti gli avevano fatto bere l’olio di ricino. mia nonna e mia zia lo maltrattavano un po’, perché con le sue vernici e le sue cose sporcava qua e là. ricordo le passeggiate giù al porto o i sonnellini pomeridiani nel lettone, tra lui e la nonna.
da adulta ho sempre desiderato avere qualcosa di suo. avevo puntato una stella marina, dipinta di rosso, al centro una composizione di coccioli (laggiù chiamiamo genericamente coccioli le conchiglie di ogni fatta): falce e martello, dipinti di giallo.
non ho mai avuto modo di chiederla a mia zia, perché per quanto la veda una volta l’anno, tutte le volte che vado giù al mare, non metto piede in casa sua da tantissimi anni. perché stiamo al mare, appunto.
mia sorella è scesa giù per qualche giorno dopo natale. ha detto a mia zia che io avrei tanto voluto avere un ricordo del nonno. lei ha detto “so io cosa darle. l’accendino del nonno”. mio zio “che accendino?”. “quello del partito!”

stare bene.

e poi succede e basta. stavo per scrivere “è come un clic”, ma non è vero, non è un interruttore che fa passare da uno stato al suo opposto. somiglia più a quelle luci di cui regoli l’intensità. e però con un unico gesto deciso puoi anche passare da debole-fioca a intensa-quasi accecante.
succede che smetti di lagnarti.
questa fine dell’anno appena passato per me è stata particolarmente importante. finalmente faccio il lavoro che ho sempre fatto con passione, finalmente posso farlo senza paura di esser buttata via. lo faccio in una posizione che è la mia e che ora ha pure un nome.
stamattina in riunione un dirigente mi ha fatto auguri e complimenti per il concorso che ho vinto. gli ho detto “sai, sono dodici anni che lavoro per il comune. mi sembrava giunta l’ora di diventare dei vostri”. lui mi ha risposto “io ce ne ho messi sedici. ho iniziato a lavorare per il comune nel 1994, ho vinto il concorso nel 2010”. lui è un dirigente, ma che c’entra. io ho fatto bene a tenere duro, mentre negli anni tutti i miei colleghi si licenziavano. è il mio lavoro. lo amo, proprio. vado a guadagnare di meno, ma non me ne frega proprio niente.

poi.
un paio di giorni prima della fine dell’anno sono stata a una festa di compleanno di persona bella e cara. sapevo che lì avrei incontrato quell’amica che mi è stata intima per tredici anni, ma con la quale c’è stato uno strappo – una lacerazione, proprio – sei mesi fa. per la prima volta in sei mesi però non mi sentivo in imbarazzo. l’ho anche salutata con naturalezza quando è arrivata. il primo saluto in sei mesi. poco dopo mi si è avvicinata, mi ha abbracciato. l’ho abbracciata, le ho detto “cretina”. ci siamo abbracciate. più in là mi ha detto “ma stasera vuoi parlare con tutti tranne che con me? ci tocca farlo, visto che ti sogno un giorno sì e uno no”. “e io ti sogno cinque notti su sette”. ci siamo sedute, abbiamo parlato degli ultimi sei mesi delle nostre vite.

qualche giorno prima, sempre in quella casa, avevo quasi deciso che per la sera-notte di capodanno non avrei voluto fare niente. certo non avrei voluto stare da sola. ho chiesto “mi tenete con voi?”. mi hanno detto di sì. avevo comunque un invito a una cena molto porca con un’altra quindicina di amici. però sentivo di non aver voglia di casino. “mi sto facendo vecchia”, pensavo. lo dicevo, anche.
quando poi ho capito che tutta o quasi la gente che conosco, provenienti da diverse cene e diverse case, sarebbe poi confluita verso la festa the last night on earth ho iniziato a dire ad alta voce “naa. io non vengo. no, non ce la posso fare più con le feste. naa, sono troppo vecchia per le feste. qualcuno mi accompagna a casa dopo il brindisi, sì?”

il primo gennaio del 2012 sono andata a dormire alle 11 del mattino.

la sera prima sono andata alla cena porca polenta e sughi vari e sono stata benissimo. sono stata così bene e ho mangiato abbastanza da sentirmi solo brilla. stavo bene, sono andata alla festa.
alla festa non mi sono mai resa conto del tempo che passava. forse avrò iniziato a ballare alle cinque, forse alle sette. chi può dirlo. prima ero distesa su dei cuscinoni a incrociare parole, sorrisi, dita e carezze con persone appena conosciute. la bellezza, proprio. stare bene. quando tra le mille parole bea mi ha detto “ho vent’anni” la mia sorpresa è durata il tempo della sorpresa. penso di aver recitato la cantilena “sono vecchia, io ne ho quaranta”, solo perché ormai è una specie di cassettina preregistrata che parte in automatico. ho smesso subito: stavo bene. poi sono andata a ballare. “tornate a bologna quando vi pare, la mia casa è grande e aperta. vi aspetto”.

dopo otto ore di sonno sono andata a mangiare gli avanzi nella nuova casa ancora vuota dell’amica intima per tredici anni. mi sembrava tutto così normale, come se questi sei mesi di lacerazione non fossero mai passati. abbiamo ascoltato una sua playlist del 2006. che bella musica che c’era nel 2006. le ho fatto ascoltare il pezzo rancoroso di goyte, lei ha messo su l’ultimo M83 su cui avevo espresso il mio meh un paio di giorni prima. sabrina mi ha fatto un massaggio, ché non avevo neanche mezzo postumo drogalcolico, ma i muscolini erano un po’ provati.

e niente. la notizia è che sto bene.

altri cinque film

l’ho già scritto che non guardo film, giusto? però non ho ancora scritto come decido di guardare cosa guardare quando mi decido a guardare. da una parte ho chiaramente letto righe di blogghe&co. durante tutto l’anno, quindi il neurone ugo mi ricorda che forse potrei provare a guardare quei 3-4 film di cui si ricorda.
ma la mia botte sempre piena è la donna di prestigio, che lo dico a fare. è la mia consulente aggratis, almeno fino a quando non mi manda a cagare. leggere quello che scrive a prendere appunti non mi basta, ho bisogno di disturbarla di persona. le vtb, io. lei a me non so.
poi ogni anno da almeno un paio d’anni mi guardo le classifiche dei junkipoppi e prendo appunti pure lì. giorgio, apropò di quello che mi hai detto: warrior riesco a trovarlo soltanto tutto sottotitolato in svedese. se mi agevoli un torrent senza sottotitoli provo a cercarli io nel mio idioma o in inglese. in quel modo lì è un po’ dura. e poi c’è kekkoz. poi basta, che mica voglio vedere tutti i film dell’anno.

la sera della vigilia sono andata con la cinzia a far cena da mia sorella. con i film non c’entra niente, ma metto qui una fotina della serata che mi fa sorridere un po’ commossa. l’uomo sulla destra è il padre del nipoto, che giustamente per natale babbonatalava e stava con il figlio. a sinistra ci sono io che spacchetto uno dei millemila regali del nipoto.

e niente, l’accordo con la cinzia era: andiamo lì, ceniamo, poi torniamo a casa mia e guardiamo melancholia.

a tutt’oggi non ho ancora guardato melancholia. da sola non lo voglio guardare, e quella sera la cinzia se n’è andata a casa sua.

così, tornata a casa verso le 23.30 ho pensato “dai, metto su the tree of life. dev’essere bello, poetico per immagini. non sarà bello come al cinema, ma dai”

the tree of life
al trentasettesimo minuto avevo contato circa diciassette sbadigli e non so quante interruzioni (la pipì. la gatta piange-che vole?, faccio un giro su friendfeed, ho una notifica sull’iphone, faccio una mossa a wordfeud, ho freddo tiro su il termostato, ho un’altra notifica sull’iphone, rifaccio un giro su friendfeed). ho continuato stoica a guardarlo. poi mi sono resa conto che durava duecentordici minuti. ho interrotto la visione al 94esimo e sono andata a letto. l’ho ripreso e finito il giorno dopo. ho fatto lo stesso un sacco di interruzioni.
il mio commento su questo film è: che du cojoni. cioè. a me i video dei sigur ros piacciono, per dire. mi piacciono i ragazzini belli, nei video come nei film. mi piace anche certa narrazione per musica e immagini. però un video dei sigur ros dura al massimo otto-dieci minuti. mica centrotrentotto.
dai, sarò gentile: non è per niente un brutto film. però poteva tagliarne via almeno una trentina di minuti. quelli cosmico-mistici e del macrocosmo: che cojoni.

beginners
il giorno del santo natale come primo film ho guardato beginners. a un certo punto penso di aver detto ad alta voce (ai gatti) “anch’io voglio innamorarmi in quel modo lì”. a un certo punto (più punti) ho avuto gli occhi lucidi, in punti di emozione e punti di amore impossibile (che impossibile non era. e ai rigidoni degli amori impossibili gli faccio le pernacchie, io. scusate, ho da poco letto il primo capitoletto della bilancia dell’oroscopo di pesatori per il 2012. sono venere e saturno, io. sentimento e ragione). dov’ero rimasta? e niente, film perfetto da guardare nel giorno più solitario dell’anno, per me.

blue valentine
in serata ho guardato blue valentine. l’amore che marcisce. in primo luogo io se fossi lei neanche mi innamorerei di un cazzone così. ma io non sono né lei, né etera. e a parte il mio tono-stupideira con cui sto scrivendo di film non ho proprio gli strumenti nella vita per comprendere certe dinamiche nei rapporti tra uomini e donne. penso di non avere la possibilità di immedesimarmi/tifare di fronte a personaggi del genere. ché lui non è mica cattivo, ma è un uomo mediamente coglione. quindi va a finire che tengo per lei. comunque amarezza.

la pelle che abito
che non guardo film da anni lo sapete già. che non guardavo un film di almodovar da (controllo su google) tutto su mia madre (quindi 1999, pare) lo ignoravo. forse c’era un perché. so’ vecchia. per me almodovar è quello che mi hanno fatto conoscere gli amici ghei più grandi di me quando io ero una ragazzina. mi piaceva pure negli anni novanta, anche se ricordo di aver provato fastidio diverse volte. ecco, quest’ultimo film mi ha infastidito. non l’ho neanche capito, proprio. inutilità e fastidio.

true grit
io che i film non li guardo mi sono fatta quest’idea: i film dei coen dovrei cercarmeli e guardarmeli tutti. quelli alterni, insomma. quelli che piacciono sempre così tanto a me. se qualcuno mi vuol fare una lista qua sotto prendo volentieri appunti. westernazzo belissimo.

ah, ho una nota da fare ai registi di film: avete rotto gli zebedei con i flashback/avant&andrè. già sono una che si distrae (la pipì, la gatta che piange, wordfeud) se vi ci mettete pure voi poi non capisco più una cippa.