sto qui a pensarci da un po’ e non so neanche come iniziare, quali parole usare.
che vedere sharon van etten dal vivo mi avrebbe lasciata profondamente emozionata e scombussolata potevo immaginarlo. senza parole però proprio no.
ora ci provo piano piano, a rate. anche perché è mezzanotte, sono atterrata a bologna poco più di un’ora fa, dopo una toccata e fuga che mi ha ribaltato tutta e una domenica brussellese passata in coma tra il divano e il cesso. e ok, lì sharon non c’entra niente. è stato l’aver fatto le cinque di mattina con la balotta viziosa degli amici di laura. e quando vizio chiama olivia risponde. cin cin.
quindi butto giù qualche riga, ma riprendo domani.

la rotonde del botanique è un luogo davvero suggestivo. sapevo che non avrei dovuto preoccuparmi di perdere l’ambita posizione in prima fila, ma non ricordavo che la sala fosse davvero così piccola e raccolta. un posto da cento, centocinquanta persone, con il palco che arriva appena sopra le ginocchia. e parlo delle mie ginocchia di nana, non di quelle di un gigante.
ero lì alle otto in punto ad aspettare di essere a un braccio di distanza dall’artista che più mi ha sconquassato in questi ultimi due anni.
cosa significa sharon van etten per me, cosa mi dà la sua musica, la sua voce, i suoi testi, i suoi sguardi e sorrisi non starò a ripeterlo: chi passa da qui lo sa. chi ci capita guglando per caso si navighi l’apposita categoria comodamente collocata lì sulla destra. quindi potete immaginarlo: stavo lì come un’adolescente. mi è proprio venuto il batticuore quando l’ho intravista là dietro il backstage, poco prima di salire sul palco.

la modalità di sharon la conosciamo. lei è una timida, una grandissima timida ed è per questo che interagisce continuamente col pubblico. e però lì era come stare a un house concert e il pubblico le diceva le cose anche dall’ultima fila, senza dover alzare particolarmente la voce.
leggendo e leggendo di tutto e di ogni su di lei ho anche capito che l’amore che provo io, quella cosa così intensa, lo condivido con altre persone. ci sono persone che cadono vittime di sharonetta e ci sentiamo tutti un po’ così. rapiti, imbambolati, innamorati. corrisposti, anche. etten heads, li hanno chiamati da qualche parte. ecco, l’altra sera non ero l’unica testa di sharon nella sala.
a un certo punto lei dice “è da un po’ che non vengo a bruxelles. cosa sarà? un anno?”. dal pubblico “un anno e sedici giorni”. ecco cosa intendo.

io volevo il suo sorriso. volevo il suo sorriso per me. per questo avevo pensato di fare un cartello scemo: non avrebbe potuto evitare di sorridermi. e il sorriso però me lo dà subito, al secondo pezzo. iniziano le note di peace signs e lei non entra quando dovrebbe entrare con la voce. ferma tutti e dice “non ricordo la prima strofa”. io son lì davanti, “i woke up i was already me”, le dico. sorrisone, “oh, conosci le mie canzoni. you’re very nice, thank you”.

e il pubblico è nice davvero, lo ripeterà tante di quelle volte durante la serata. ci sono vari silenzi tra un pezzo e l’altro, deve spesso riaccordare la chitarra. lei chiacchiera e la gente risponde. “spero voi abbiate pazienza” e da dietro si leva una voce di uomo che dice “sarò paziente se mi dici perché non hai mai risposto alla mia fan mail”. il resto del pubblico fa buuuuu. inizia un’altra scenetta. lei è imbarazzata, ma scherza a lungo col tipo, che è un filino aggressive. “sai, scusa, sono stata molto impegnata ultimamente. e comunque ti dedico questa canzone. parla di un tipo con cui ho rotto”.

setlistovviamente la scaletta è basata in gran parte su tramp. quattro pezzi da epic, nessuno da because i was in love. non mi ha fatto a crime. non mi ha fatto for you. ma non posso dire di essere delusa.
mi dispiace non avere foto decenti. trovo piuttosto discutibile la scelta sulle luci, con i musicisti retroilluminati e le foto che vengono tutte blu, rosse o fuchsia. per non parlare delle luci bianche sparate in faccia a te, pubblico.

sharon van ettensharon van ettensharon van etten

i video sono tremolanti per due motivi: 1. non riuscivo a stare ferma (già mi sono sforzata tantissimo di non cantare, che altrimenti poi li avrei dovuti buttare al cesso, con la mia voce che copriva la sua) 2. ero troppo vicino a lei. non riuscivo ad inquadrare, proprio. dovevo tenere l’iphone attaccato alla pancia per poterla riprendere almeno fino alla chitarra e la pancia mica riesce a inquadrare granché bene. e no, non me ne sto certo lamentando.

quando è uscita per il bis ho deciso che era il momento giusto: una super timida come me che tira fuori un cartello da mostrare a una supertimida come lei. ha ha. (laura non ci credeva davvero che l’avrei fatto. ma io ci avevo il cuore che faceva pumpùm come quando ti innamori, che volete?)

così, questo è il cartello scemo.

really? ohhhh. you’re nice, di nuovo. con quel suo sorriso pucci.
come to italy!, le dico. ohh, i wish. i’d really like to. se qualcuno mi invitasse, aggiunge. ragazzo dietro di me dice “you can stay at my place”. rideroni, tutti. di nuovo.
e così dedica next song (all i can) a tutti gli italiani presenti nella stanza.

chiude il concerto con una versione alternativa di love more. l’harmonium è davvero troppo pesante da scarrozzare, dice. quindi proveranno a suonare una versione sperimentale, dice. da brividi lo stesso, dico io.

rimaniamo fuori a fare le fans, aspettare che esca. ho comprato il sette pollici di leonard, le avrei detto poche parole d’amore sconclusionate e me lo sarei fatto firmare. lo so che sarebbero state poche parole, perché mille ne pensa e dieci ne dice, una timida. ma sharon non è mai uscita. “she’s tired”, ha detto qualcuno. e un’ora di attesa post concerto ci è parsa sufficiente. se un’artista esce dopo un’ora non deve certo avere tutta ‘sta voglia di parlare con i fans.
e quindi siamo andate ad ubriacarci. con un cuore gonfio così, io.

so che avrei dovuto tagliare la parte iniziale dei video: non volevo perdere l’inizio delle canzoni che avevo deciso di riprendere, avevo sotto gli occhi la scaletta. però non potevo immaginare tutte quelle pause tra un brano e l’altro. ma li lascio così anche per un altro motivo, per far vedere a tutti voi quanto piccipuccismo c’è in quella donna lì.

prima di give out riaccorda la chitarra. ci mette un po’. chiacchiera per rompere il silenzio: “sometimes i don’t know what to say. i feel like i shoud say something […] this quiet”
dal pubblico: “it’s because you’re shy”
“ooooookay”

e love more, con la chitarra al posto dell’harmonium.

e queste sono le riprese (migliori, da distanza maggiore) di qualcun altro.
life of his own, a me finora sconosciuto, lato b del sette pollici di leonard.

e quella dedicata pure ammè.

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