Il Natale di certe persone adulte.

(Dove adulto = >30, che in Itaglia si diventa adulti tardi)

1.
Vivi a 300-500-800-1200-1500-oltre km da casa dei tuoi, che spesso è la casa che ti ha dato i natali e che hai lasciato x anni fa. Torni per Natale. Ci torni anche perché in fondo laggiù c’è ancora una balotta di amici, che incontri giusto a Natale. I più attaccati a casa di mammà e vecchi amici ci tornano anche più spesso. Torni giù prendendo dei giorni di ferie, mica soltanto quelli di festa comandata. Ti diverti, fai volentieri anche i pranzi in 23 con la prozia rincoglionita e il nonno col soffio al cuore, i figli piccoli dei cugini che fanno caciara attorno ai tavoli. Esci con gli amici, magni e bevi. Bbello!

2.
Come sopra. Tranne che non fai volentieri i pranzi familiari affollati. Eviti gli zii, le domande imbarazzanti. Vorresti sopprimere i bambini. Stai sempre in contatto con i vecchi amici, cerchi di scappare da casa il prima possibile. Ti stoni di vino, grappino, limoncello. Scappi via appena puoi.

3.
Come sopra, anche se i pranzi familiari non sono affollati. E’ il pranzo con i tuoi. E i nonni, se sono ancora vivi. Soffri. Scappi via appena puoi.

4.
Laggiù non hai più amici, i nonni sono morti. Hai i tuoi, l’orrore. Non può esserci conversazione. Tuo padre è il solito stronzo, gli insegni le cose di internet. Tua madre cucina, l’aiuti. Tua madre ha lo sguardo basso. Tu stai zitta, l’aiuti, la attacchi. Non riuscite a parlare. Mangi, bevi, hai una ruga in più. Ti ingolfi di cibo, guardi tanta tv, dormi. Soffri. Piangi. Scappi via.

— Senza numero, ma sempre nel regno dell’orrorifico.
Sei in coppia, convivi. A nessuno dei due piace il Natale. A Natale vi separate, ognuna a casa di mamma sua.
(All’inizio pensavo che questa fosse la cosa più triste. Poi ho visto che è piuttosto diffusa e l’ho capita: nessuno vuole condividere il proprio orrore familiare -fosse anche solo nella sua testa- con la persona che ama. Per chi vive il Natale in quel modo lì è la scelta più saggia. A ognuno il suo masochismo)

5.
Se sei adulto oltre la metà dei trenta è facile che torni a casa perché la mamma ci tiene. Lo fai perché le vuoi bene, lo fai perché ti senti in colpa (?)
Come sopra. Soffri.

6.
Se sei adulto oltre la metà dei trenta è facile che torni a casa perché la mamma ci tiene. Lo fai perché le vuoi bene. Stai bene, perché oltre i 35 anni di solito lo sfacelo passato con i tuoi lo hai risolto da un pezzo, magari anche a colpi di psicoterapia e antidepressivi. Stai bene, quanto mangi bene! Mangi tanto, bevi un po’, sorridi ai tuoi. Potrebbe anche scapparci la partita a carte di quando eri bambina. Ci stai poco, poi riparti.

7.
A casa non torni. Rimani lì dove vivi, che non significa che ai tuoi vuoi meno bene. La madre non si arrabbia, perché glielo hai fatto capire anni fa che tornare a Natale non faceva per te. I genitori li vedi lo stesso quando vengono a trovarti. Eventualmente vai a trovarli in altri periodi dell’anno. Ti sei fatta una vita di affetti fuori, giù a casa ci sono solo i tuoi.
Nonostante gli affetti a Natale o nei giorni lì attorno è facile che ti ritrovi da sola. Cambi le lenzuola, fai le lavatrici. Stappi una bottiglia di rosso buono e guardi mille film con i gatti addosso a te.

Quel punto 7 lo pratico da prima dei trent’anni. Detto questo sono così tanto adulta che ormai mi sento dalla parte dei grandi. E mi piacerebbe sorseggiare questo rosso giocando a carte con mia nonna, tipo. Solo che l’ultima nonna è morta troppi anni fa.

Se i miei mi assicurano almeno una partita di carte l’anno prossimo faccio il punto 6, mai praticato da quando sono venuta via da casa. E’ che a Natale ci arrivo quasi sempre senza ferie. E se ho due giorni di ferie voglio cambiare le lenzuola, fare le lavatrici, guardarmi i film con i gatti sulle gambe e una bottiglia di rosso buono. La cosa che mi manca di più a Natale (oggi, ma anche da qualche anno) è giocare. Ma penso di aver smesso di giocare a carte a 14 anni, quindi di che sto parlando.
L’unico regalo che ho ricevuto questo Natale è stato uno Scarabeo. Non ci ho ancora giocato, non posso giocarci col gatto. Forse ora vado a farmi una partita da sola contro me stessa.

porgo a tutti i miei auguri di natale (grazie a musicanoiosa, che ieri mi ha fatto sorridere)

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i miei film dell’anno

scherzo. io i film non li guardo dal 2005, credo. non c’è un perché. o meglio: perché ho smesso nel 2005 l’ho capito nel 2005. di fatto non ho mai più seguito i film.
al cinema non ci vado.
sono seria. se penso ai film che ho visto al cinema negli ultimi anni me li conto su un paio di mani.
i festival di cinema gaylesbico non contano. ma ho smesso pure con quelli, in fondo. prima studiavo i programmi, prendevo ferie. ora sbircio il programma. vorrei vederne tanti. scelgo una, due proiezioni. di sicuro non esco prima dal lavoro per la proiezione delle diciotto.

e però ho questa cosa da poveraccismo che faccio da qualche anno: nei giorni di festa comandata in cui tutti sono in festa io guardo i film.

che poi sono tanti quelli che lavorano nei giorni di festa. ma i giorni di festa te li senti addosso comunque, in qualche modo. io ‘sto giro non ho avuto modo di sentire il natale approcciante prima del tempo. studiavo.

comunque ora mi sento libera e bella.

ridimensiono.
in fondo sto bene. ho mancanze, assai. ma sto bene, in fondo. ho una cosa nella vita che mi rimane irrisolta, assai.  mi ci incazzo ancora. ma devo smettere di scrivere di ‘sta cosa, ché ormai è oggetto di discussione con i gatti e le pareti.
passo ai film.

ciao, finora ne ho visti cinque. da qui al 28 ho un sacco di giorni di film. arriverò almeno a quindici!

l’ultimo terrestre
lì per lì, guardando il film, ho pensato “mmm”. ok, “mmm” significa che devo un po’ mettermi nel mood del film italiano. che a me piace. solo che spesso mi fa imbarazzare di italianismo. gli ultimi venti minuti mi hanno fatto capire (e qui vorrei mettere una gif animata di una ritardata) dove andava a parare. oh, a me dove è andato a parare è piaciuto. il film tutto però no.

drive
il giorno dopo ho visto il film dell’anno di tutti i blogger. confesso che nella prima mezz’ora ho pensato “lo passo a ivana. va bene anche per riccardo, dai”. ivana è la sister, che non riesce a vedere film, se non interessano a riccardo. nella prima mezz’ora ho pensato “dai. lui è un buono (buono/cattivo- furfante/poliziottomarcio. c’ha tre anni il cinno. dai telefilm sa già che la polizia non è sempre buona. dalla sua finestra sa che quando c’è una macchina della polizia parcheggiata sul marciapiede i poliziotti sono al bar a prendere un caffè). c’erano le macchine che corrono e fanno rumori. si scontrano pure.
quando è arrivato il primo cervello saltato ho pensato che non era per niente un film per un treenne.
smessi i panni della zia (è durato un attimo, che credete): su cinque film dell’anno visti in pochi giorni questo è il migliore.
io non sono capace di scrivere di cinema. mi hanno sedotto le inquadrature, penso. quella amabile faccia di cazzo che c’ha lui. per me quella faccia potrebbe ammazzare il tuo cane stanotte con un martello. che ne so. consultate i blog di cinema.

the black swan
que viva l’ecstasy! (paura. io mica lo sapevo che era pure un film di paura, uffa. ho sognato sogni orribili. ma io non sono abituata ai film drammatici di paura)

super8
mi aspettavo chissà cosa. l’ho visto con mille pause, perché in fondo mi annoiavo. caruccio, sì. un po’ dupalle, anche. poteva riuscire tanto meglio.

source code
vedi sopra. toglierei il “caruccio”. è quel tipo di film che comunque guardi fino alla fine. ma il commento per me è: cagarone. magari domani dopo una notte di sonno ne penso meglio. c’è che questo post l’ho aperto a fine visione di source code. volevo solo  scrivere cagarone.

Mica perché siamo spocchiose.

Perché lo siamo tantissimo.
Ma quando ripasso così per caso prima di andare a letto dal fb di sharonetta e vedo una cosa così ho paura più e peggio di prima.
(in italia non ti portava nessuno un anno e mezzo fa, eh? ora saranno tutti un po’ così. sei hype!! sei l’hype dei miei dieci minuti in trasmissione HYPE!)

(se domani arriva una guerra -la guerra per gioco, con le linguacce- i primi che caccio via a calcinculo e pistole ad acqua e vernici son quelli fatti come questo quassù. muoi subito!)

Tredici dischi. Più tre.

Perché non c’è motivo di sceglierne dieci.

Facciamo che questa fine d’anno i bilanci ce li evitiamo, ok? E’ stato un anno boh, è stato un anno meh.

Un generale mehismo musicale, anche. Tanti ascolti, ma tanti e lunghi periodi di silenzio, anche. Un paio di innamoramenti, qualche cottarella, ma in definitiva poco spleen, sturmundranghete. Pochi strazzamenti di cuore, poche lacrime musicate.

veronica falls13. Veronica Falls – ST
Perché io non sono né giovane, né popperella, ma ho bisogno anche di dischi così. Magari uno solo in un anno. Magari perfetto come questo qui.

real estate12. Real Estate – Days
L’ho scritto poco più di un mese fa, in un giorno orribile: mi è musica amica. Di quegli amici che magari non sanno tutto di te, ma che ti abbracciano e ti danno un bacino lieve sulle labbra, quando ti incontrano.

lykke li11. Lykke Li – Wounded Rhymes
Da me non me lo sarei mai aspettato. Eppure l’ho ascoltato così tanto il disco della gnoma. Arrivo dopo la puzza a scoprire il suo genio. Meglio tardi che bla bla. Vorrei tanto vederla in concerto.

little scream10. Little Scream – The Golden Record
Esordio dell’anno. In Italia non se la fila nessuno, mi sa. Non capite un cazzo di musica.

feist9. Feist – Metals
La classe, l’età adulta.

j mascis8. J Mascis – Several Shades of Why
E che gli vuoi dire a J Mascis con la chitarra acustica? Che lo fa meglio di tutti gli altri, diobono. Perché ha scritto Freak Scene, lui, giusto per nominarne una. E vi può sputazzare dall’alto in basso come e quando vuole.

other lives7. Other Lives – Tamer Animals

Ecco, questo è uno di quei dischi per cui ho preso una cotta, quest’anno. La considero una cotta perché nel momento stesso in cui mi perdevo nelle loro canzoncine pensavo “Vabbè, sei proprio idiota. Ti fai fregare sempre dalle solite formule”. Gli Other Lives non hanno inventato niente, insomma, ma ascolto dopo ascolto mi sono ritrovata ad aggiungere stelline su stelline ai loro pezzi ascoltati su iTunes. E poi dal vivo sono pucci, assai.


chelsea wolfe6. Chelsea Wolfe – Ἀποκάλυψις
Invece lei non è pucci per niente, ma l’ho adottata come femmina smandrappata dell’anno. Lei ci crede davvero, eh. Eccola qui, mentre fa la testimonial di questa cosa qui

atlas sound5. Atlas Sound – Parallax

Bradford Cox non ne sbaglia una. Ho un’ammirazione immensa per un artista così tanto prolifico e così tanto a fuoco. Mi ricito da sola, ecco: “e da vecchia zia penso che se questo mondo non fosse fatto male com’è fatto bradford cox e tutto quello che fa e con chi lo fa sarebbe i sonic youth dei giovini d’oggi.”


pj harvey4. PJ Harvey – Let England Shake

E niente. A vedere Polly dal vivo non ci sono andata. E quest’anno Polly ha fatto un disco superbo, che ha richiesto tutta la mia attenzione di ascoltatrice non disattenta, ma abitudinaria. Abituata ai suoni che le parlano subito. Per niente o poco critica, insomma. Una da bbello-nobbello. Al primo ascolto di Let England Shake pensavo fosse un fake, tolta la pollygissima The Last Living Rose. Al secondo e terzo ascolto ho iniziato a pensare che forse era un fake solo per metà. Gli ascolti successivi sono stati tutti un crescente wow. Tolte quelle due cazzo di canzoni odiose e un po’ reggae che non ricordo mai come si chiamano, che ho sempre o quasi sempre skippato. E comunque alla domanda “Com’è stato il concerto?” la risposta è stata “Sai com’è lei. Algida. Stitica. Brevissimo, bellissimo”. Dev’essere antipatica come la merda, Polly. Ma che cazzo di bel disco ha fatto.


loney dear3. Loney Dear – Hall Music

Ciao, mi chiamo Olivia e non pensavo di innamorarmi ancora e di nuovo di un disco di Loney Dear. Io su Loney Dear piango, mi è capitato anche su questo disco, anche se di lacrime più asciutte, che quelle altre le ho finite da mo e ci vogliono anni a riempire di nuovo il serbatoio. E vabbè, la formula è più o meno sempre quella e i testi che anche se non li leggi e in ascolto di inglese sei una mezza sega lo capisci che parlano sempre più o meno di quello. Però questo disco è diverso da quell’altro, quello su cui avevo pianto lacrime ubriache di notte col moccio. E’ più orchestrale. Ed è il motivo per cui non l’ho accettato subito. Poi è entrato eccome. Facile facile pure. Ascoltare, non skippare. Ascoltare bene.


bon iver2. Bon Iver – ST

Ok, ora lo dico. Fino a oggi pomeriggio pensavo che il disco più bello di quest’anno in fondo fosse questo. Lo penso ancora, a dire il vero. Di Bon Iver non ho mai scritto, credo. Non l’ho neanche mai visto in concerto, nonostante abbia avuto diverse occasioni. Non me ne andava mai, in quel momento. So che tanta gente su Bon Iver si strazia tutta. Io no. Nel senso che non riesce a straziarmi, proprio, come fanno tanti altri cafoni maleducati insensibbili là fuori. Se questo disco sta quassù è perché è perfetto. Non mi fa piangere, non mi lega a nessuno, non mi fa ricordare cose (sono fortunata, i guess). E’ meno lagnoso del precedente (menatemi, su. Mi piaceva il precedente, oh). Semplicemente penso sia il disco più prezioso (tra le cose che ascolto io, sia chiaro) di quest’anno un po’ meh. E questa canzone qua sotto da sola vale l’acquisto, la palma, l’orsetto d’oro.


the antlers1. The Antlers – Burst Apart
A un certo punto un paio di settimane fa gli Antlers hanno postato su Instagram la foto di un articoletto di giornale (Mojo). Diceva così: “The Antlers’ Burst Apart is a record that’s really, really good and one I’ve been playing a lot since we got off tour. My eldest daughter introduced me to it. There’s definitely something going on there with the song writing”. E niente, ‘ste parole le diceva bonovòx. Io al posto di Silberman mi gratterei i maroni, ma non è così assurdo che a bonovòx (brava figliola, scappa via da tuo padre, scappa!) piaccia Burst Apart. E’ più assurdo che sia il mio disco dell’anno. Burst Apart è bellissimo, intenso e struggente. Ma è un disco pitonato. Io invece sono e mi sento minimale. Io l’altro giorno ho messo a posto le maglie nell’armadio, poi le ho guardate e ho pensato, contemporaneamente “Minchia, che accordo/Minchia, quanto sei noiosa”. Erano tutte cromaticamente perfette. Ci vuole poco: erano tutto un nero-grigio-blu. Verdone-marrone, nell’altro scaffale. Io l’altro giorno ho dato l’orale di un concorso e non mi sono piaciuta molto. Dopo mi è stato detto “Hai detto tutto quello che c’era da dire. Tu sei asciutta, non vai oltre quello che c’è da dire. Tu non infioretti”.
Quindi niente, io mi tengo questa mia bellissima contraddizione e battezzo Burst Apart, un disco infiorettato, un disco oltro, il mio disco dell’anno. Amèn.
E poi ci sono i ritorni belli di gente che ultimamente aveva fatto dischi meno belli.
Low – C’mon
Laura Marling – A Creature I Don’t Know
Wilco – The Whole Love
E poi e poi: The War on Drugs, Girls, Dente, Ofeliadorme, Still corners, Luke Temple, The Horrors, EMA, Fleet Foxes, Joan as Police Woman, L’Altra. Altro? Altro.

Sharonetta, cara.

volevo dirti questa cosa.
io mi immagino questa scena: io che prendo un volo per berlin, per vederti in concerto. e le opzioni sono: ci vado da sola/ci vado con la cinzia.
ci vado da sola: mi faccio ospitare da marta. non so neanche se mi può ospitare, ma tanto in questo momento sto facendo quella che costruisce scenari sull’ascolto di una canzone.
essendo marta una berliner è scappata via da berlin. quella berlin che cerchiamo noialtri quando andiamo a berlin. quindi sharonetta suona in prenzlauer berg, marta si è spostata un po’. penso: vado al concerto da sola, per tornare a dormire prendo i mezzi o i taxi, chemmifrega.

opzione due: ci vado con la cinzia. è tutto così facile con la cinzia. sarebbe tutto così facile anche con te, se solo non avessi smesso di parlarmi.
con la cinzia decidiamo il cazzo che ci pare, perché io e lei in giro stiamo bene e basta. ovvio che lei sharonetta non la conosce. però le piacciono le chitarre e le canzoni. le piacciono i concerti con le chitarre. vi pare poco?
quindi se ci vado con la cinzia andiamo in b&b ebab, come ho quasi sempre fatto, in berlin.

ma che io venga da sola o in compagnia, vorrei tanto dirti una cosa, sharon. i love you, e vabbè. ma non era questo.
è che la tua canzone, quell’unica canzone che gira del tuo futuro album, l’ho ascoltata tante volte. tantissime, proprio. last.fm non li scrobbla gli ascolti ripetuti di notte. mica perché è notte e ho le cuffie. scrobbla male. non scrobbla i repeat, soprattutto.

oh, sharon. io ora lo dico e poi lo nego. quella canzone è bella come sei bella tu e tutto quello che fai. ma ti prego-ti prego: se ti fai iper-produrre come è iper-prodotta quella canzone lì io forse prendo un po’ paura e mi allontano.
noi ti vogliamo bene per la tua timidezza e lo sguardo basso, anche. per quel tatuaggio di sei corde sul braccio destro. per quello che hai cantato a me, anche se tu sei un’etera newyorkese del new jersey e io una lesbica bolognese del salento. e ci piaci così tanto in quella timidezza e quei testi che mi spezzano anche se ho dieci anni più di te e non abbiamo storie d’amore andato a male da condividere, in fondo. ma allora non ne ho neanche con glen hansard. e allora dovrei averle solo con tegan and sara. che però non ho mai ascoltato, né voluto cercare in vita mia.

tipo che io mi immagino che in berlin poi ti parlo. e ti parlo parole che ti avranno detto tutti e tu sei pure un po’ noiata. che poi io l’inglese manco lo parlo bene.
e però vorrei riuscire a dirti “non ti far pitonare”. sei così bella senza pitonamenti, tu.
come si dice “pitonare” in inglese?

insomma, sharon. il tuo gatto l’hai lasciato alla coinquilina, quando hai iniziato a viaggiare per suonare.
mi piacerebbe così tanto pensare di poterti chiedere di suonare la tua chitarra e basta in un posto qui a bologna.
probabilmente ormai costi quello che costa la produzione del tuo disco con tutto il name dropping del caso.
io ti voglio ancora bene. vorrei così tanto vederti in un posto da cento persone e parlarti timida in inglese approssimativo.

tua, o.

Tema: la mia collezione di dischi

svolgimento:

(listening to sonic youth: sister)

la mia collezione di dischi è triste. con questo non voglio dire che sia povera o infelice, con poca autostima. è triste ultimamente.
la mia collezione di dischi non è una collezione. sono i miei dischi, che ho iniziato a comprare quando avevo dodici anni. che sarebbe ventotto anni fa, più degli anni che hanno alcuni miei amici adesso.
ho letto un po’ delle cose che hanno scritto gli altri sul tema a svolgimento libero lanciato da kekko. mi ritrovo un po’ in vari pezzi delle loro storie. probabilmente qualsiasi appassionata scema di musica ci si ritroverebbe.

non sono mai stata una collezionista, ho sempre e solo comprato per inscemimento e amore. a quindici anni mettevo da parte la paghetta e ordinavo i dischi da non mi ricordo più che cazzo di negozio. stavo per scrivere negozio online. era un negozio che vendeva per posta. cercavamo di fare gli ordini cumulativi per risparmiare sulle spese di spedizione. lo facevo con mia sorella e mio cugino. a quindici anni leggevo rockerilla e il mio atteggiamento non era poi così diverso rispetto ai miei trenta e passa anni, quando leggevo blow up: leggevo, appuntavo, cercavo. solo che quando leggevo rockerilla (e rumore, dopo. sono una di quelle che ha seguito sorge in quella diaspora) c’erano solo due opzioni: leggi la recensione/intervista, ti fidi, ordini (e/o scrivi al gruppo. anche a new york! con la lettera imbucata nella cassetta!)/fai un weekend con gli zii a firenze o milano, sfogli i vinili con la bava alla bocca, compri.
ai tempi di blow up leggi tutto, ti incuriosisci, cerchi, scarichi, ascolti. archivi subito o ascolti ancora. nel caso compri.

(ho quarantanni e sono una che tiene per i sonic youth. mi sento come quelli che avevano quarantanni e io ne avevo venticinque e loro erano quelli che tenevano per i pink floyd)

la mia collezione di dischi è triste non solo perché ormai ne compro pochi. c’è che negli ultimi quattro o cinque anni quei dischi non li ho neanche mai ascoltati. e no, non sono una collezionista. li compro, li scarto, li annuso (prima cosa, sempre), li guardo, li sfoglio (se c’è da sfogliare), leggo, quando c’è da leggere qualcosa. li tengo per un po’ qui sulla scrivania, per guardarli di nuovo, ricordarmi perché sono lì.
quanto
(non ho detto quanti), soprattutto. poi li metto via.
preferisco comprare ai concerti, ma ai concerti ci vado sempre meno. non ho nostalgia dei negozi di dischi (anche se mi piaceva, oh, se mi piaceva riempirmi le dita e il naso di polvere). mi dico che li compro per supportare i gruppi, ma comprare da play.com è come comprare all’ipercoop. costa meno->compro.

oggi pomeriggio, mentre pensavo che mi sarebbe piaciuto scrivere un post su questo tema a traccia libera, mi sono ricordata questa cosa: c’è stato un momento durato qualche anno in cui ho fatto la co.co.co di lusso. guadagnavo duemila euro al mese, sei-nove anni fa. non era così assurdo, sei-nove anni fa, eh. dico nove, perché mi sa che l’euro in italia è arrivato nove anni fa, ma non mi va di controllare.
ecco, quello è stato il mio momento da ricca. il momento in cui ascoltavo un disco e dicevo “bello! lo prendo!”. li prendevo tutti. nel 2003-2004 sembravo una infoiata con la morr music o la monika enterprise. ma no. avevo solo soldi da spendere e voglia di supportare cose.
c’è anche da dire che molti anni prima facevo la stessa cosa con l’amphetamine reptile.

(oggi guadagno poco più della metà. come quasi tutti voialtri con un lavoro, i guess).

non avevo ancora un lettore mp3 e quando andavo in giro, in vacanza, a cena da un’amica, alle feste in case altrui, mi portavo il porta-cd case logic. ne avevo uno piccolo (da dodici, credo) e uno grande (ventiquattro? trenta? quarantotto? che ne so più. e sono certa che in quello da ventiquattro-quarantotto che è lì sulla libreria c’è infilato ancora qualche cd).

insomma, oggi pomeriggio mi sono ricordata questa cosa.
facevo un gioco con me stessa, a volte. guardavo i cd infilati nel case logic e giocavo a riconoscerli. perché sui cd mica c’è sempre scritto il nome dell’autore o il titolo del disco tutto lì bello in evidenza. a volte hanno una grafica che per forza ti racconta che disco è. a volte sono azzurrini, o giallini, con un segno grafico tipo una cagata di formica che oh, se lo conosci e lo ami sai per forza cos’è!
all’epoca indovinavo quasi sempre.

la mia collezione di dischi è triste perché non la conosco più. non so proprio come sono fatti i dischi che ho comprato in questi ultimi anni.
io i cd non li ascolto proprio.

“torna ai vinili”, mi dico. eh sì. ho comprato pure un piatto scrauso, di quelli che non hanno bisogno di amplificatore, da attaccare alle casse attive.
appena comprato ci ho riascoltato gli helmet, i pixies, i soundgarden, i sonic youth, non so che cazzo.
ho dovuto mettere al minimo le casse attive. suonavano assai, suonavano troppo.

i miei vinili ce li ho quasi tutti qui, eh. e se mi regalano un vinile sono felice.
la verità vera è che i dischi li compro perché danno un senso. a me, alla musica per me. ma non li ascolto più. sto anche pensando di fare la pazzia di ricomprare un impianto. il mio impianto regalatomi quando avevo dodici anni l’ho dismesso per qualche bzz bzz che non capivo nell’ingresso lettore cd/computer. magari basterebbe che qualcuno ci desse un’occhiata. ché l’impianto l’ho portato su a bologna appena mi ci sono trasferita, tredici anni fa. l’ho anche usato, soprattutto attaccato al computer. poi mi sono stufata dei bzz bzz e l’ho impacchettato.

la verità vera è che senza musica non ci vivo. ma ormai l’ascolto in quel modo solito che è itunes eccetera. che però se ne ascolta troppa e male.

concerti (pochi) a parte sto cercando di avere un principio un po’ sano. che sarebbe: almeno compra i dischi che davvero ti piacciono.
poi oggi pomeriggio ho capito che l’unica scelta possibile è “almeno compra i dischi che metteresti in un’ipotetica classifica di fine anno”. cretinissimo, lo so. c’è che oggi pomeriggio ci pensavo e ho messo lì nel carrello di play.com tre dischi che quest’anno mi sono piaciuti molto, ma non ho ancora comprato. non ero sicura su uno di questi tre dischi, non perché non mi piaccia davvero.
ero indecisa: l’ho già comprato o no?

non ho ancora cliccato su check out. perché tanto i miei dischi sono tristi.

ps

– sono una che i dischi li tiene in ordine alfabetico. ma siccome ormai ne compro pochi saranno almeno due anni che non li sposto tutti per far spazio ai nuovi. comunque mobili ikea come tutti anch’io.
– non so dire quale sia il primo disco che ho comprato in una linea coerente che mi porta dai 12 ai 40 anni, perché me ne regalavano anche a otto anni (video killed the radio star, tipo).
the hurting dei tears for fears, forse. che tra l’altro è un disco bellissimo. e ho troppi anni per fare la revivalista dell’82. a dodici anni avevo scritto elettropop -sì, con tt- sulla cartelletta di educazione tecnica).
poi nell’83 culture club, poi gli style council e everything but the girl.  poi i cure e tutto lo scatafascio dark dei miei 13-14 anni.

(still listening to sonic youth. e dopo vent’anni confermo che evol è la cosa migliore che abbiano mai fatto. vent’anni miei, che evol è più vecchio dei miei vent’anni fa)

piagnistei

da due giorni colazione senza latte, pranzo e cena a colpi di riso bianco e patate lesse. a letto presto, con puppy e la borsa dell’acqua calda tutt’addosso a me. al risveglio due occhiaie paura, perché mica dormo bene, anzi, mi sembra proprio di non dormire. ma evidentemente dormo, visto che al risveglio mi rendo conto che c’ho i sogni che mi mangiano viva.
e sì, avrei voglia di tre bicchieri di vino e due chiacchiere e in un altro momento me ne sarei fregata del mio intestino ribelle, ma ora non posso. niente sgarri, che non posso proprio permettermi di ammalarmi, non ora. dopo facciamo una cena fatta bene, ok? mi sfoglio quel bel libro di cucina che sabrinetti mi ha regalato al compleanno e scelgo qualcosa. faccio la spesa buona, col vino buono.
mi rileggo e mi faccio ridere da sola: e chi invito a cena? siamo rimaste io, mammeta e tu. e i gatti, che ormai cenano sempre con me e allungano il muso nel piatto. li rimprovero e li allontano, certo. ma senza troppa convinzione. sono lì perché siamo una famiglia. i sopravvissuti. io e i miei gatti, sì.

ma adesso ancora niente cena, niente bicchieri di vino. adesso, la notte, sogno l’esame. sogno che ho passato l’esame. io l’ho passato in matematica, feist in inglese. gli altri ci guardavano male, un po’ incattiviti, perché avevamo vinto noi. che poi era feist ma non era feist, somigliava a quella vostra amica che era con voi l’ultima volta che ci siamo viste e che non incrociavo da un po’. quella con la frangetta che le copre gli occhi, che mi sono sempre chiesta come fa a vedere attraverso quel muro fitto di capelli. ma quest’ultima volta aveva la frangetta più corta, vero? non ricordo, l’ho piuttosto rimossa quell’ultima volta. e non solo a causa del vino rosso. salute psichica. ennesimo tentativo di prevenzione (prendersi) cura di.

di buono c’è che questo natale non mi devo sbattere neanche un po’ per i regali. meno due, depenna. un regalino alla cinzia e un regalo al nipoto. con la sister siamo d’accordo: niente regali. famiglia finita.
ah, no. poi c’è la mamma, quella a cui stamattina (quarantanni. ho quarantanni) ho lasciato il biglietto sul tavolo in cucina “ho fatto la lavatrice, ma non ho steso il bucato/mi stiri la camicia appesa là fuori dall’armadio?/se hai voglia di fare un salto al supermercato mi servirebbero lo scottex e la carta igienica. grazie e baci, o.”

ma ora dobbiamo solo studiare, ok? alle solitudini e a tutto quello che non c’è ci pensiamo dopo. giusto sotto natale, guarda.

aaaaaaaaaww

Sharon Van Etten - Serpents

io qui volevo stare zitta fino al 12 dicembre, ma stamattina non riesco a guardare questa foto senza che il cuoricino faccia pumpùm.

e intanto segno:

  • Thu. March 1 – London, UK @ Cargo
  • Fri. March 2 – Paris, France @ Point FMR
  • Sat. March 3 – Brussels, Belgium @ Botanique – Rotonde
  • Sun. March 4 – Amsterdam, Netherlands @ Paradiso
  • Tue. March 6 – Berlin, Germany @ Gruener Salon

chi viene a berlino con me? nel cuore di prenzlauer berg, tra l’altro.

Nel frattempo

– ho preso dei giorni di ferie per studiare

– venerdì sera però sono andata a vedere quegli emotivi puccettoni dei pinback e mentre ero lì ciondolando la testa a volte con gli occhi chiusi mi sono detta “ma perchecazzo poi si smette di ascoltare certi dischi, anche se sai che certi dischi ti fanno star  bene?”. che poi vabbè, i pinback sono pure un po’ malinconoia, volendo. ma sono soprattutto puccetti e ciccioni. e la combinazione delle due cose.

– ci sono andata anche perché matilde veniva giù apposta. e matilde non la vedo da quel giorno buio di un anno e mezzo fa.

– sabato sera invece non sono andata a vedere i fleet foxes, anche se avevo l’accredito direttamente dai fleet foxes. e no, non era per tirarmela: dovevo studià.

– sono andata a fare la prova scritta, stamattina. io ero vestita bene, gli altri no. sto pensando che mi piacerebbe vestirmi sempre un po’ così, anche se l’inciccionamento senza ritorno di questi ultimi X mesi mi mette un po’ in crisi col vestire. ma non è vero che sto pensando ai vestiti. penso al fatto che ho ancora un peso sullo stomaco così, che ho passato dei giorni come erano mille anni fa i giorni prima degli esami. che ho sognato gli esami, anche. l’ansia non mi è passata perché credo di non aver fatto ‘sta gran prova scritta. mi aspettavo di più, da me. non sul quesito a cui non ho risposto e a cui non saprò rispondere neanche in fin di vita, ma da quel paio di quesiti a cui ho dato risposte un po’ tirate via.

– studieremo meglio quelle cose su cui non mi sento tanto preparata. ma l’sql no. quella è roba da informatici, oh.

– basta, torno nel mio castelletto.

– (dimenticavo di dire: uh, come si sta bene nel back-end di wordpress. che almeno è un qualcosa un po’ degno di essere chiamato back-end)

è un po’ morire.

e così i blog sono morti e splinder sta per chiudere. quando l'ho saputo, due o tre giorni fa, mi è venuta la tristezza. non per splinder in sé, che come piattaforma ha sempre fatto cagarino, ma un po' anche per splinder in sé, via, che io alle cose e ai luoghi mi affeziono sempre.
c'è che otto anni sono davvero tanti e su splinder c'ho otto anni di post.
così, per curiosità, riapro un posti di otto anni fa.
uh, il 10 novembre del 2003 scrivo che sono rimasta fuori dal covo perché sono arrivata tardi. concerto sold out di el guapo e serata finita al pratello nei soliti rhum+coca.
rhum+coca? soliti? ma è una vita che ho smesso di bere rhum+coca!
e appunto. di me di otto anni fa sarà rimasto qualcosa. ma mica tanto, forse.
semplicemente mi dispiace staccarmi dalle cose a cui tengo, o a cui ho tenuto (toh). 
penso anche che nei posti sul web la gente ci arriva anche da ricerca e ci sono cose scritte nel 2006 che hanno senso scritte nel 2006, ma anche lette adesso.
poi penso che ci sto pensando troppo, che un blog vissuto tra il 2003 e il 2009 può anche andarsene dal web, via. chissene.
si tratta solo del mio solito problema con il distacco. non lo so fare, non lo so affrontare. d'altronde io di là non ci passo mai. e non trovo alcun senso nel migrare oggi su una piattaforma viva e in salute un blog abbandonato due anni fa, che a breve affonda con la piattaforma morente.
quindi niente.
caro delay-decay-attack, ciao ciao.
questo blogghetto lo migro, ma a te lascio fare la tua fine naturale, ok?

tua, 
sigh e sob
o.