dopo tutto questo pezzo di vita vissuta ho capito che sull’indole e le qualità caratteriali non puoi lavorare molto. io sono timida, riservata, permalosa, non decisionista, non istintiva, tra le tante altre cose. sono qualità, sono parte di me, non le posso davvero cambiare.
però le posso forzare, quando ho bisogno di farlo. e ho spesso bisogno di farlo in relazione. qualcuno fa una battuta su di me e sto già mettendo su il grugno pavloviano? ehi, è solo una battuta, ricorda che sei tu quella permalosa, smettila. mi ritrovo da sola (leggi: senza l’amica-copertina di linus) in un posto pieno di gente che conosco e mi sento in imbarazzo? dai, avvicina la gente, chiacchiera. dopo un po’ la timidezza si scioglie. due birre aiutano.
forzare l’indole nei suoi tratti più a(anti)sociali e impacciati è una cosa che si fa per necessità. non divento certo estroversa, ma almeno provo a non restare appiccicata al muro a guardare gli altri, in silenzio. non sempre ci riesco, ma ci provo.

poi ci sono le prese di posizione maturate chissà come e perché, neanche ti ricordi più. ecco, queste non sono qualità, bensì stati. effetti di decisioni prese e mai messe in discussione. una cosa poco furba, poco adulta. se la me stessa dei vent’anni non avesse messo in discussione il categorico “il pesce mi fa schifo” (il gusto della me stessa precedente) mi sarei persa i successivi tanti anni di gran mangiate di pesce. arrosti, grigliate miste, fritture, impepate. che idiota.

così vent’anni dopo sono pronta a mettere in discussione il mio quasi altrettanto categorico “la musica italiana non mi piace”.
prima che iniziate a menarmi: io la musica italiana l’ascolto e per quanto possibile supporto le piccole scene. è il cantato in italiano che mi ha sempre dato problemi. non mi piace, mi stona, mi imbarazza. ho le mie eccezioni, ma sono davvero pochi i dischi che mi funzionano nella loro interezza di musica e parole.

taglio corto. sono io quella che è cambiata, sono meno rigida.
così mi sono presa una mezza cotta per un meraviglioso declino, il disco di colapesce. mi ero imbattuta in qualche suo brano prima dell’uscita dell’album e la cosa che mi aveva colpito più di tutte erano le sonorità “molto poco italiane” (cit.)
il disco poi è arrivato nella mia cassetta della posta all’inizio di questa settimana, fatta di giorni e giorni passati a casa, malaticcia e al riparo dl freddo. con la musica giusta, per una volta fuori dalle casse e non in cuffia.
stavo per scrivere “facile definirlo un disco invernale”, ma poi ci ho pensato un attimo. è la suggestione di affacciarsi alla finestra che me lo fa definire un disco invernale. fosse uscito in agosto ci avrei trovato l’estate.
ma ora è inverno e ascoltando colapesce io vedo l’inverno buono. quello delle persone che guardano alla neve col sorriso e l’incanto, non con la rabbia dell’automobilista con pala in mano.
non so ben dire come suona questo disco. suoni e arrangiamenti (curatissimi, perfetti) sono tanto americani dell’america che piace a me. io ci sento tanto grandaddy, ma anche sprazzi di gruppi chitarrosi come wilco o yo la tengo. poi però ci sento pure battisti, è inevitabile.

ieri ho incrociato una recensione che trovava nei testi il punto debole del disco. io, invece, per una volta riesco a godermi un disco in italiano senza l’imbarazzo dei testi. perché non sono affatto pretenziosi. non sono particolarmente ricercati, puntano spesso su un io e te, su varie forme di amore, quotidianità e malinconia. non mi disturbano, non mi imbarazzano. sto facendo progressi.

lei mi piace assai:

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