quando lo fanno su stereogum la chiamano premature evaluation.
d’altronde il fatto che da quattro giorni non ascolti altro, più e più volte al giorno, al punto di aver già incistati in testa pezzi di testi, incisi, refrain, crescendo, ululati (copyright marbie morbo) non significa che possa avere una visione oggettiva di un disco che, prima ancora di uscire, aspettavo come il disco dell’anno.

non è vero, mento. serpents mi aveva un po’ spaventato. la trovo bellissima, ululabilisima (vedi sopra), potente, piena. da respiro a pieni polmoni. ma era proprio quel pieno a farmi un po’ paura. paura di iperproduzione e pitonamento di una musica che non ha affatto bisogno di infiorettamenti. sharon van etten mi tocca il cuore con for you, con love more. ma sa farlo bene anche quando si incazza di più.

bene. i timori erano del tutto infondati. sharonetta è cresciuta e lo ha fatto in buona compagnia e in modalità vagabonda che son io ha confezionato un disco bellissimo. toccante, intenso.
sia chiaro (anche se i miei dodici lettori lo sanno benissimo): io di sve sono tossica. non è stata una cotta, non è una cotta. è un’artista che mi rivolta come un calzino. mi fa sentire innamorata, pulsante, triste, piena di energie. mi fa piangere e battere i pugni, mi fa sorridere e amare. mi fa sentire quelle cose che pochi altri musicisti mi hanno dato nella vita. mi parla, mi ha sempre parlato. mi riempie, diobono.

sharonetta è cresciuta e con lei i suoi dischi. e certo, tramp è tanto più gonfio di epic. qui siamo pieni di strumenti, il suono è stracurato, non c’è niente fuori posto. si è affidata bene, ma ha capito tutto:

“Don’t overproduce too much, don’t add too many tracks because we only have three people to do this live!” [*]

il fatto è che non sono mica i suoni pieni e l’accurata produzione di tramp a sconquassarmi il quòr. sono le canzoni.
sharon van etten ha fatto un disco pieno di canzoni bellissime. ce n’è per tutti, proprio. i pezzi epici, all i can su tutte (se cliccate sul link non fate caso a quanto malissimo è vestita. è una ragazzotta di campagna, dai). che già conoscevamo da live di qualche tempo fa e che sul disco è una bomba ad orologeria che minuto dopo minuto ti fa rizzare i peli e stringere le chiappe fino a quando non arriva l’esplosione che ti fa urlare con lei e ti fa stare bene, cazzo.
ask, anche. su cui a un certo punto io ci canto the winner takes it all. non scherzo. d’altronde su all i can ci canto no surprises. probabilmente è un mio problema.

poi ci sono i pezzi di intimismo. uno su tutti, give out, mi fa malignamente pensare (cattiva, cattiva!) “meno male che hai avuto ‘sta storia dimmerda con quest’uomo dimmerda. ti amo, perché sei capace di restituircelo così il carico di sentimenti negativi, il tuo get over, il tuo give out”.
non che io voglia sharonetta imprigionata in questa gabbia di amore che uccide. il pezzo, tra l’altro, ha almeno un paio d’anni. ma se ha deciso di inserirlo nel disco del 2012 probabilmente ha ancora qualcosa da dire al riguardo. e da qualche parte su fb ho letto che ha suonato at a talk about relationship violence awareness. you go, girl.


(sharon, tagliati i capelli, dai)

e poi in line. e i’m wrong. intima, ma spaziale. piena, come le ululabili.
poi c’è magic chords, che fa storia a sé. mi ammalia, ma non riesco ad inquadrarlo. quasi non sembra un suo pezzo. ma affascina assai.

non c’è più posto per nessuno qui dentro. sono vasta, contengo sharonetta.
disco dell’anno.

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