Perché non c’è motivo di sceglierne dieci.

Facciamo che questa fine d’anno i bilanci ce li evitiamo, ok? E’ stato un anno boh, è stato un anno meh.

Un generale mehismo musicale, anche. Tanti ascolti, ma tanti e lunghi periodi di silenzio, anche. Un paio di innamoramenti, qualche cottarella, ma in definitiva poco spleen, sturmundranghete. Pochi strazzamenti di cuore, poche lacrime musicate.

veronica falls13. Veronica Falls – ST
Perché io non sono né giovane, né popperella, ma ho bisogno anche di dischi così. Magari uno solo in un anno. Magari perfetto come questo qui.

real estate12. Real Estate – Days
L’ho scritto poco più di un mese fa, in un giorno orribile: mi è musica amica. Di quegli amici che magari non sanno tutto di te, ma che ti abbracciano e ti danno un bacino lieve sulle labbra, quando ti incontrano.

lykke li11. Lykke Li – Wounded Rhymes
Da me non me lo sarei mai aspettato. Eppure l’ho ascoltato così tanto il disco della gnoma. Arrivo dopo la puzza a scoprire il suo genio. Meglio tardi che bla bla. Vorrei tanto vederla in concerto.

little scream10. Little Scream – The Golden Record
Esordio dell’anno. In Italia non se la fila nessuno, mi sa. Non capite un cazzo di musica.

feist9. Feist – Metals
La classe, l’età adulta.

j mascis8. J Mascis – Several Shades of Why
E che gli vuoi dire a J Mascis con la chitarra acustica? Che lo fa meglio di tutti gli altri, diobono. Perché ha scritto Freak Scene, lui, giusto per nominarne una. E vi può sputazzare dall’alto in basso come e quando vuole.

other lives7. Other Lives – Tamer Animals

Ecco, questo è uno di quei dischi per cui ho preso una cotta, quest’anno. La considero una cotta perché nel momento stesso in cui mi perdevo nelle loro canzoncine pensavo “Vabbè, sei proprio idiota. Ti fai fregare sempre dalle solite formule”. Gli Other Lives non hanno inventato niente, insomma, ma ascolto dopo ascolto mi sono ritrovata ad aggiungere stelline su stelline ai loro pezzi ascoltati su iTunes. E poi dal vivo sono pucci, assai.


chelsea wolfe6. Chelsea Wolfe – Ἀποκάλυψις
Invece lei non è pucci per niente, ma l’ho adottata come femmina smandrappata dell’anno. Lei ci crede davvero, eh. Eccola qui, mentre fa la testimonial di questa cosa qui

atlas sound5. Atlas Sound – Parallax

Bradford Cox non ne sbaglia una. Ho un’ammirazione immensa per un artista così tanto prolifico e così tanto a fuoco. Mi ricito da sola, ecco: “e da vecchia zia penso che se questo mondo non fosse fatto male com’è fatto bradford cox e tutto quello che fa e con chi lo fa sarebbe i sonic youth dei giovini d’oggi.”


pj harvey4. PJ Harvey – Let England Shake

E niente. A vedere Polly dal vivo non ci sono andata. E quest’anno Polly ha fatto un disco superbo, che ha richiesto tutta la mia attenzione di ascoltatrice non disattenta, ma abitudinaria. Abituata ai suoni che le parlano subito. Per niente o poco critica, insomma. Una da bbello-nobbello. Al primo ascolto di Let England Shake pensavo fosse un fake, tolta la pollygissima The Last Living Rose. Al secondo e terzo ascolto ho iniziato a pensare che forse era un fake solo per metà. Gli ascolti successivi sono stati tutti un crescente wow. Tolte quelle due cazzo di canzoni odiose e un po’ reggae che non ricordo mai come si chiamano, che ho sempre o quasi sempre skippato. E comunque alla domanda “Com’è stato il concerto?” la risposta è stata “Sai com’è lei. Algida. Stitica. Brevissimo, bellissimo”. Dev’essere antipatica come la merda, Polly. Ma che cazzo di bel disco ha fatto.


loney dear3. Loney Dear – Hall Music

Ciao, mi chiamo Olivia e non pensavo di innamorarmi ancora e di nuovo di un disco di Loney Dear. Io su Loney Dear piango, mi è capitato anche su questo disco, anche se di lacrime più asciutte, che quelle altre le ho finite da mo e ci vogliono anni a riempire di nuovo il serbatoio. E vabbè, la formula è più o meno sempre quella e i testi che anche se non li leggi e in ascolto di inglese sei una mezza sega lo capisci che parlano sempre più o meno di quello. Però questo disco è diverso da quell’altro, quello su cui avevo pianto lacrime ubriache di notte col moccio. E’ più orchestrale. Ed è il motivo per cui non l’ho accettato subito. Poi è entrato eccome. Facile facile pure. Ascoltare, non skippare. Ascoltare bene.


bon iver2. Bon Iver – ST

Ok, ora lo dico. Fino a oggi pomeriggio pensavo che il disco più bello di quest’anno in fondo fosse questo. Lo penso ancora, a dire il vero. Di Bon Iver non ho mai scritto, credo. Non l’ho neanche mai visto in concerto, nonostante abbia avuto diverse occasioni. Non me ne andava mai, in quel momento. So che tanta gente su Bon Iver si strazia tutta. Io no. Nel senso che non riesce a straziarmi, proprio, come fanno tanti altri cafoni maleducati insensibbili là fuori. Se questo disco sta quassù è perché è perfetto. Non mi fa piangere, non mi lega a nessuno, non mi fa ricordare cose (sono fortunata, i guess). E’ meno lagnoso del precedente (menatemi, su. Mi piaceva il precedente, oh). Semplicemente penso sia il disco più prezioso (tra le cose che ascolto io, sia chiaro) di quest’anno un po’ meh. E questa canzone qua sotto da sola vale l’acquisto, la palma, l’orsetto d’oro.


the antlers1. The Antlers – Burst Apart
A un certo punto un paio di settimane fa gli Antlers hanno postato su Instagram la foto di un articoletto di giornale (Mojo). Diceva così: “The Antlers’ Burst Apart is a record that’s really, really good and one I’ve been playing a lot since we got off tour. My eldest daughter introduced me to it. There’s definitely something going on there with the song writing”. E niente, ‘ste parole le diceva bonovòx. Io al posto di Silberman mi gratterei i maroni, ma non è così assurdo che a bonovòx (brava figliola, scappa via da tuo padre, scappa!) piaccia Burst Apart. E’ più assurdo che sia il mio disco dell’anno. Burst Apart è bellissimo, intenso e struggente. Ma è un disco pitonato. Io invece sono e mi sento minimale. Io l’altro giorno ho messo a posto le maglie nell’armadio, poi le ho guardate e ho pensato, contemporaneamente “Minchia, che accordo/Minchia, quanto sei noiosa”. Erano tutte cromaticamente perfette. Ci vuole poco: erano tutto un nero-grigio-blu. Verdone-marrone, nell’altro scaffale. Io l’altro giorno ho dato l’orale di un concorso e non mi sono piaciuta molto. Dopo mi è stato detto “Hai detto tutto quello che c’era da dire. Tu sei asciutta, non vai oltre quello che c’è da dire. Tu non infioretti”.
Quindi niente, io mi tengo questa mia bellissima contraddizione e battezzo Burst Apart, un disco infiorettato, un disco oltro, il mio disco dell’anno. Amèn.
E poi ci sono i ritorni belli di gente che ultimamente aveva fatto dischi meno belli.
Low – C’mon
Laura Marling – A Creature I Don’t Know
Wilco – The Whole Love
E poi e poi: The War on Drugs, Girls, Dente, Ofeliadorme, Still corners, Luke Temple, The Horrors, EMA, Fleet Foxes, Joan as Police Woman, L’Altra. Altro? Altro.
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