il disco degli antlers è l'ultimo che ho amato di amore destinato a durare nel tempo, di sicuro fino alle classifiche di fine anno. poi mi sono stufata. non del disco degli antlers, ma di cercare/ascoltare musica a ripetizione.
ho continuato a fare scroll sui feed degli m-blogz, scaricare con poco interesse, ascoltare sempre meno. per i miei standard ho passato un periodo davvero lungo senza ascoltare proprio niente, in ufficio. il perché non lo so, probabilmente il motivo è lo stesso che mi fa segnare sul calendario tutti i concerti interessanti della zona, ma mi fa muovere il culo per andare a vederli una volta su dieci.
è un motivo articolato che per amor di sintesi racchiudo in "mi sono fatta grande". attenzione, per una volta non sto dicendo che sono una vecchia babbiona, quanto piuttosto che ne ho viste e ascoltate troppe, sono molto meno incline agli entusiasmi facili su suoni e ritmi già sentiti e risentiti ciclicamente, in cicli brevi o lunghi nei 27 (ventisette) anni di mio ascolto attivo e appassionato. mi avete un po' stufato, ecco.
 
ma rimango un'appassionatissima e -cicli o non cicli- ci sono suoni e uscite che mi conquistano ancora, mi stimolano, mi emozionano e tutto il resto che già sapete.
 
poi succede che anche quest'estate riesco a farmi un festival musicale.
sarò sincera: faccio festival musicali all'estero da sette, forse otto anni, non ho mai saltato un anno. non mi andava proprio di saltare questo. sono più stanca, certo, non me la sento più di tirar mattina, soprattutto perché di solito tanti concerti che mi interessano li fanno nel pomeriggio. questo è uno dei motivi per cui ho scelto un festivalino. piccolo piccolo, due-tre location e nessuna sovrapposizione. 
anche quest'anno vado a un festival musicale, e ci vado con la persona con cui farei festival musicali anche a novant'anni in carrozzella. iperbolizzo, ma ci siamo capiti.
 
prima di andare ad un festival di solito mi preparo. sono sempre troppi i nomi che non conosco/non ho mai ascoltato/non ho mai neanche sentito nominare. stavolta è più facile: festival piccolo, ricerca breve.
 
tutto questo pistolotto mi serve a comunicarvi la giuoia di aver scoperto un paio di cose interessanti. a dire il vero le cose interessanti sono più di due, ma coltivando io un'insana passione per le femmine disturbate è di queste due femmine che vi voglio parlare.
 
di anika avevo già letto qualcosa in giro, ma non l'avevo cercata. le note biografiche sono piuttosto vaghe: giornalista politica anglo-tedesca, vive tra berlin e bristol, a un certo punto conosce geoff barrow, che la coinvolge nel suo progetto  beak> (quello tanto meno morbido dei portishead) e produce il suo disco d'esordio.
 
in realtà anika (the first lady of)invada non è una femmina disturbata: la sua musica lo è. anzi, correggo: è disturbante.
quella di definirla uneasy easy listening sembra una mossa promozionale furbetta. in realtà ascolto dopo ascolto mi sono resa conto che è davvero così.
il disco di anika all'inizio spiazza, perché è di una bellezza quasi fastidiosa. una bellezza uneasy, appunto. una bellezza teutonica, fredda, piovigginosa e industriale. sa di città intossicata e ostica, di vento gelido e impermeabili, di occhiali scuri di notte, set sotterranei in stazioni della metro abbandonate. è quel tipo di musica che non si esaurisce nella musica, ma che evoca tutta un'estetica, un intero mondo sotterraneo che ho/abbiamo vissuto senza aver vissuto, perché è estetica collettiva condivisa. possiamo chiamarlo anche post-punk, sa di primi anni ottanta, di sintetizzatori analogici, di bianco e nero. sa della scena di apertura di the hunger. sa di malaria (e non parlo della malattia), di berlino. sarà perché non conosco bristol. probabilmente sa anche di beak>, se andassi a riascoltarmi beak>. me lo ricordo malato, purtroppo ascoltato solo con mezzo orecchio al mio ultimo primavera sound.
 
il disco diventa più easy ascolto dopo ascolto, anche perché dopo un po' quei brani che forse conoscevamo già iniziamo a ri-riconoscerli (molte le cover nel disco). ma è soprattutto la cifra di anika che inizio a riconoscere e collocare, ascolto dopo ascolto. mi ci affeziono. il suo modo tutto fuori tono di cantare mi porta con disinvoltura da un iniziale what the fuck a un compiaciuto oh yeah, ne voglio ancora.
 
tra le cover del disco c'è i go to sleep, che io ricordavo in questa indimenticabile versione.
data in pasto ad anika tutto il morbidoromanticume viene tagliato a fette. le curve diventano angoli, le luci soffuse diventano freddo neon. 
(curiosate su youtube, cercate l'originale dei kinks e poi le versioni di peggy lee, marion maerz, cher, sia. sono tutte morbide. anika la uccide. per darle una vita completamente altra)
 
quasi tutti i pezzi che ripropone in origine erano dei gradevoli pezzi poppettini 60s-girly. qui sono completamente trasfigurati. volevo provare a non nominare nico in questo post, ma riascolto la versione di anika di sadness hides the sun e penso che sarebbe proprio perfetta per nico, nel 2011. forse la canterebbe proprio così.
qui l'originale, la conoscete. io dall'inizio non me ne ero resa conto.

non è un disco nuovo, quello di anika. rientra anche lui nei cicli e ricicli. per quanto mi riguarda non riesco a staccarmene proprio perché mette in moto il cervellino, gli fa recuperare immagini, altri suoni, luoghi, ricordi non solo suoi. mi avvolge, smuove cose.

della femmina disturbata ne scrivo un'altra volta, non pensavo di diventare così lunga. smuove cose, anika.


quell'estetica, qui:

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