e così questo weekend abbiamo fatto la doppietta di concerti barbuti.
cinque a zero, dico io, nonostante la disparità numerica (sei sul palco per i band of horses, nove per iron&wine).
sono così contenta di aver deciso di andare a vedere la banda di cavalli dei vaccari barbuti quanto delusa dal concerto di iron&wine.

la sua parte la fa sicuramente il legame affettivo: io i band of horses li ho amati e condivisi con la mano sul cuore e il sorriso stampato in faccia, di iron&wine ho ascoltato e amato le prime cose, poi l'ho perso per la via. ciò non toglie che quando riascolto i suoi primi dischi provo emozioni. emozioni che ieri sera non mi hanno neanche lontanamente sfiorato.

che i band of horses dal vivo fossero dei carcamanni bruciacalorie e passione lo sapevo già. li avevo visti altre due volte dal vivo. le mie esitazioni erano soprattutto di tipo emotivo (reggerò? piangerò? senza te io vivròòòòòòò, cantava quello là. e "no one's gonna love you more than i dooooo", cantano 'sti qua).
e ho pianto, al secondo pezzo. ma poi me lo sono goduto tutto. prima davanti, poi dietro, poi in mezzo, facendo slalom in mezzo a una folla immensa (grandi, piccini, maschi, femmine, giovani, vecchi, c'erano tutte le tipologie di gente immaginabili e anche non immaginabili, a un concerto di vaccari americani). poi qualcuno mi spiegherà come succede che i gruppi diventano famosi. mi sa che io mi perdo sempre il momento. non lo capisco, davvero.
seconda parentesi: dovrei aprire un gruppo su facebook "quelli che si perdono l'inizio dei concerti perché sono fuori a fumare".  ma non importa. sono uscita a fumare, sono andata al bar, a fare la pipì, ho fatto avanti e indietro più volte, stavolta non mi serviva davvero stare in prima fila appicciata alle transenne per godermi un concerto grandioso. e il disco, quello che mi sembrava bruttarello, quello da FM americana modello eagles dei brutti tempi (se mai di belli ce ne siano stati per gli eagles) l'ho comprato subito e me lo sto ascoltando ora con tanto gusto, oh.
e, come mi aspettavo, non è stato un concerto incentrato su infinite arms. è quello che mi aspetto da una band americana che suona suona e suona sempre dal vivo. hanno fatto tanti vecchi pezzi spaccacuore. tesorini miei.
ai concerti non faccio più foto/video, visto che tanto poi si trova tutto  il giorno dopo sul web. me li godo e basta. ho fatto solo un video con l'aifòn per farlo vedere a una persona che non c'era. è su facebook, ma è visibile a tutti, se ho capito bene come si fa. ah. è "il nostro pezzo più famoso, bro". of course. (e complimenti all'iphone 4, aggiungo)

http://www.facebook.com/v/1777650997029

iron&wine, invece.
sam beam sale sul palco e chiacchiera già troppo prima di suonare la prima nota. dice "stasera suoneremo un sacco di pezzi vecchi (boato della gente in sala) e un sacco di pezzi nuovi e un sacco di cose in mezzo". bugiardo.
ora. l'ultimo disco ci sta un po' sul culo, no? che è tutto quell'arrangiamento? (da FM americana, di nuovo). che sono tutti quei fiati? e va bene, è una scelta, una direzione, un tentativo, chi lo sa. ma dal vivo mi aspettavo davvero un'alternanza tra quella superproduzione e i momenti intimisti sussurrati voce, chitarra e poco altro che tanto ci sono sempre piaciuti. macché. in 9 (nove!) sul palco. 2 (due!) coriste. ce n'era davvero bisogno? a un certo punto dalla mia posizione in fondo in fondo vicino al mixer messaggio federica e le dico "te prego, tu che sei davanti: mi accoppi il sassofonista?".
per quanto mi riguarda è stato un concerto di quelli che ti stancano, quelli in cui ti chiedi "quando finisce?". un esercizio di stile, una dimostrazione di quanto bravi siamo, oh che bravi session men che ho sul palco, oh, sentite questa jam di diciassette minuti. siamo bravi, vero? ma dov'era l'emozione? la sua, dico. che la mia mi sa che l'ho lasciata all'estragon la sera prima.
non me ne faccio niente di un concerto ben eseguito. noia mortale, tranne in quei pochi momenti in cui riuscivo a godermi (provavo a) i pezzi vecchi, seppur super arrangiati.
la gente che avevo attorno era delusa almeno quanto me. verso l'uscita ho incrociato il paso incazzato. io non l'avevo mai visto il paso incazzato. paolo invece diceva che due anni prima a chicago era stato ancora più fastidioso e pretenzioso. enzo era l'unica tranquillo, forse perché non aveva particolari aspettative.
aggiungiamoci un problema logistico (è solo febbraio e dentro il locomotiv  c'erano 45 gradi. ho sudato fino alle dita dei piedi. e non ero in mezzo alla calca) e completiamo il quadro di una serata che mi ha portato a letto con un "ma che peccato. ma vaffanculo, va".

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