Vi ricordate (voi coetanei o giù di lì) quando Morrissey andava in giro con le camicie ampie un po' aperte sul petto, i gladioli in tasca e l'auricolare d'epoca? Ecco, a un certo punto volevo essere lui. Ma a quattordici anni ero tappetta e cicciottella, non potevo essere Morrissey. Attraversavo lo stesso il mio periodo di amore/identificazione, a modo mio, con le camicie maschili di tot taglie più grandi di me e l'auricolare bianco sporco (bianco e sporco), sottratto a Uccio dai tempi del salone. Negli anni ottanta quell'auricolare era un oggetto antico, quello che i vari papà degli anni settanta usavano per ascoltare le partite alla radiolina.
Tra i quattordici e i quindici anni i capelli sono ancora più o meno quelli. Corti ai lati, un po' cotonati, ciuffo davanti. Però tinti di nero corvino, Suono nella mia prima band, quattro ragazze. Tre lesbiche su quattro. La quarta era etero, ma onnivora. La parola "lesbica" però non l'avrei pronunciata prima di non so quanti anni, forse otto. Semplicemente per la me quattordicenne l'amore era una cosa universale, punto.
In tre su quattro ora viviamo a Bologna da tantissimi anni. L'onnivora -che è anche la prima ragazza che io abbia mai baciato- mi ha beccato su Facebook qualche tempo fa. Non la sentivo da più di vent'anni e comunque non ci siamo mai incontrate qui, non vedo perché dovremmo farlo. Tre-quattro messaggi privati su Facebook e siamo a posto. Nessuna ha provato a proporre "Ci vediamo?". E io sospiro di sollievo. C'è gente che è felice quando incontra dopo vent'anni gente che frequentava venti anni fa. Io no. Io scappo. Poi magari potrebbe essere interessante. Ma io evito, io scappo. La evito sempre, la vita di prima. Mi fa un po' orrore la modalità nostàlgia.
Claudia invece la incontro qua e là, quelle due volte l'anno da più di dieci anni. Lei suona ancora, l'anno scorso ha fatto un bel disco col suo gruppo, il mese prossimo riesco finalmente a vederla in concerto con questo gruppo. Sono curiosa.
Mina morì di AIDS nel 1988, a 24 anni, quando di AIDS si moriva e basta.

Per tutta l'adolescenza ho adeguato i capelli alla sottocultura che mi interessava di più. Che partiva sempre dalla musica, poi diventava micro-comunità. La musica tra l'altro era quella cosa lontana che leggevi su qualche rivista e che alla provincia in culonia del sud arrivava con un certo ritardo. Ordinavi i dischi e facevi le cassette per tutti. Facevi le cassette dai dischi altrui. Le magliette te le dipingevi da sola. Spillette e stickers pure. Stavo a Brindisi, mica a Milano. A Milano ci sono andata per la prima volta a diciotto anni, che mia sorella si era iscritta all'università. Ho speso tutti i soldi in dischi, magliette, stivaletto con punte improponibili. Due-tre concerti e il primo tatuaggio, anche. Cos'altro avrei dovuto fare? Forse avrei potuto pensare a un parrucchiere di quelli alternativi. Tornare giù non solo con dischi da tanti desiderati, ma anche con un'acconciatura da invidiare. Non ci ho pensato. Pensavo soprattutto ai dischi, io.

La micro-comunità nell'era del proto-grunge era capellona, flanellata, jeans-strappata, scarpe grosse. Nell'87 ero riuscita pure ad avere gli anfibi, portati dritti da Londra dal cugino in viaggio studio. Erano tre numeri più grossi del mio piede, li portavo con orgoglio lo stesso ("Hanno aperto le gabbie allo zoo?" ad lib.) Dietro alla scarpa sinistra ci avevo scritto LOVE, dietro quella destra HATE, con l'Uniposca rossofuchsia. Da The Mercy Seat di Nick Cave, che The Night of the Hunter l'avrei visto soltanto tantissimi anni dopo, pellicola restaurata, sottotitolata e proiettata due manciate di estati fa in Piazza Maggiore a Bologna.
Ho scritto proto-grunge perché il grunge non è mai esistito, ma se siete persone intelligenti lo sapete già che nel momento in cui si dà nome a un fenomeno giovanile e lo si ripete di qua e di là, fino a quando la flanella e i vestiti fai da te non diventano moda e articolo da negozio quella cosa senza nome che esisteva già non esiste più. Esistono solo tanti giovani che ora si vestono così e ascoltano quella cosa perché ora si fa così. Succedeva anche (già) negli anni novanta, non vi preoccupate. Anche se per la mia generazione il grunge forse è stato il primo fenomeno a separare completamente una visione del mondo dal jeans che indossi/i capelli che porti/la musica che ascolti. Amen. Di Anna Oxa punk non posso mica parlare, dai. Ero davvero troppo piccola. Quella cosa del grunge l'ho sentita sulla pelle. Quando è morto Cobain mi è dispiaciuto, ma lui era già troppo famoso, io mi ero già stufata. Il mio disco di Seattle definitivo è Touch Me, I'm Sick, uscito sei anni prima della morte di Cobain. E sei anni, tra i diciassette e i ventitrè anni, sono tantissimi.

Quando mi sono iscritta all'università avevo quell'aspetto lì, il proto-grunge. Poco dopo ho iniziato anche a fare qualche dread artigianale. Era l'epoca del primo crossover, i dread non erano mica più solo reggae (mai ascoltato, mai apprezzato e me ne vanto), ti facevi i dread anche se suonavi hardcore o noise.
Al mio primo esame presi trenta e lode e il prof mi disse "Dall'aspetto che hai non mi aspettavo fossi così brava. Pensavo non te ne fregasse niente". Clap clap, professore. Bravo prof, sì.
Di trenta e lode ne ho presi ancora, continuando a vestirmi male, studiare bene e suonare suonare suonare. Attraversata la fase stoogesiana ho avuto il mio gruppo definitivo, dai venti ai ventitrè anni, più o meno. Dapprima con chioma selvaggia spesso tenuta da una bandana, poi di nuovo col capello corto, eventualmente colorato. Il basso sempre all'altezza delle ginocchia. Anche se suonarlo in quel modo era una fatica bestia l'attitudine era importante e il basso ascellare era per dinosauri ammuffiti che suonavano fusion. Io venivo dal post-punk, oh. Dai dodici anni in poi è stata tutte una linea coerente, in qualche modo.

Bonus: Mudhoney – Touch me, I'm Sick

[continua, ma poi basta. che mi sono un po' stufata]

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