Quando ero piccola ce li tagliava mio padre. Che quando io ero piccola lo era anche mia sorella e Uccio era il nostro barbiere personale. Di fatto Uccio, nei primi enne anni della mia vita, di lavoro faceva il barbiere. Il salone era su via Taranto, stessa strada di casa, giusto un paio di isolati più in giù. Al salone ci passavo un sacco di tempo. Oggi non so/non ricordo neanche bene perché mi piaceva. Giocavo con amichetti là fuori sul marciapiede, facendo la spola tra Giordano (l'alimentari) e Sina (la merceria/qualcoseria. Le cingomme rosa con i tatuaggi trasferibili, le robe dolci tossiche) e ci andavo a leggere i giornalini, questo me lo ricordo bene. Ricordo anche che un giorno ho restituito un fumetto a papà che lavorava dicendogli "Questo non va bene per me. E' sporco". E sì che mio padre non è mai stato un consumatore di porno, chissà perché quel fumetto era lì. Forse lo teneva per i clienti, forse lo aveva dimenticato un cliente. A me da piccola piaceva tanto Bruce Lee e in quel fumetto c'era anche dell'arte marziale, facce orientali, qualcosa che assomigliava a Bruce Lee. Ma era sporco, l'ho restituito.
Del salone so di certo so che mi piaceva tutta la questione della barba. Il telo bianco (che magari avrà pure un suo nome, ma quello è: un grande pezzo di stoffa bianca di cotone avvolto attorno al cliente), l'insaponamento, il pennello, il rasoio. Ma anche il rumore chick chick delle forbici che tagliano i capelli. Confesso che se ci penso mi appassiona/intriga ancora. Il chick chick poi mi è proprio un suono piacevole. (Anche il bzz bzz della macchinetta lo è diventato, a un certo punto. Ma di quello forse parlerò più avanti).
Una volta da appena adolescente ho pure provato a depilarmi con gli strumenti da barba. Depilarmi le gambe, ovvio, mica la barba. Mi sono fatta malissimo, ché il rasoio da barbiere non è così facile da usare. Ti tagli. Ma anche lui fa un suono bellissimo, tra schiuma da barba e pelo che viene tirato via.
Comunque quando eravamo piccole i capelli ce li tagliava Uccio.

Da piccola gli sconosciuti mi prendevano sempre per maschietto. D'altronde Uccio faceva il barbiere, mica il parrucchiere per femmine ed entrambi i miei genitori concordavano sulla comodità del capello corto. Però a mia sorella non la prendevano per maschio, lei che con i capelli incolti sarebbe a breve diventata una piccola Angela Davis. Non mi hanno mai dato del masculone, sempre del masculicchio. A me piacevano tante cose dei maschi, ma non ho mai fatto con i maschi i giochi dei veri maschi. Perché se anche mi piaceva il calcio non potevo mica giocare con i maschi. Mi avrebbero umiliato, fatto a fettine. Però ci giocavo a bidde, le figurine dei calciatori. Anche lì mi fregavano sempre, mortacci loro e dei loro trucchi maschi. Non sono mai riuscita a completare un album. Insomma, ero un maschietto, non un maschiaccio.
Alla fine giocavo a fare il maschio nei giochi di ruolo con mia sorella. Se c'era una nave che affondava io ero il capitano e lei la dama da mettere in salvo. Ma non un capitano d'azione. Un capitano esperto, barbuto, intelligente. Non ricordo mica se e come la mettevo in salvo. Poi ero il poliziotto, il marinaio. Da grande volevo fare il marinaio e ricordo la smania a casa di mia nonna, quando lei mi disse che forse da qualche parte aveva ancora il cappello da marinaio di mio padre. Avevo questo mito, mio padre marinaio. Anche perché lui lo aveva fatto, ma probabilmente avrà fatto solo una leva lunga, come si usava all'epoca. E però mi raccontavano storie e io fantasticavo di navi, di mari in tempesta, di eroi nel vento, di una donna in ogni porto. Sono stati i miei nonni a imbrogliarmi, non i miei genitori. Mio nonno poi aveva questa sirena blu sbiadito tatuata sul braccio, che faceva ballare muovendo i muscoli. Io rimanevo a bocca aperta, piena di ammirazione e invidia. Da bambina volevo essere quello che era stato mio nonno, quello che era stato mio padre. Non sapevo un cazzo di quello che erano, o erano stati. Fantasticavo.
E il cappello da marinaio non è mai stato trovato.

[continua, se continuo]

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