Questo è il mio post dell'anno. Che non significa affatto IL post dell'anno. Semplicemente, ho bisogno di raccontare, buttar giù qualcosa su quest'anno. "E raccontalo a soreta, o scrivi una mail a un'amica", penserà qualcuno. No, lo scrivo qui: sedersi comodi, o cambiare pagina.

La mia parola psicomagica di quest'anno è fallimento. Ho usato "psicomagica" senza pensarci. Volevo fare un po' la cretina. E invece non ci sta neanche tanto male, in fondo. Mai frequentato Jodorowsky, tantomeno praticato un atto psicomagico. Potrebbe funzionare, o forse no. Comunque rimane un atto positivo, la stessa intenzione lo rende tale. Quello che vorrei fare qui è riempire di coccole e rivalutare una parola che è percepita esclusivamente come negatività, fine della speranza e della possibilità.
Non è necessariamente così, come diceva la canzone.

In fondo quest'anno il punto di non ritorno è arrivato nel momento in cui mi è stato regalato un poster bellissimo. Bellissimo il poster, consolante e insieme motivante la frase. Sono crollata poco dopo, ho fallito peggio.

Ma preferisco partire dalla fine, da un saggio che inizia così: "Questo libro sul fallimento intende argomentare in favore di quelle che sono generalmente caratterizzate come concezioni immature e infantili del possibile".
Il libro è ancora in costruzione, a disposizione c'è solo una piccola parte, ma già nell'illustrazione della tesi leggo un "prende in esame le modalità affettive associate al fallimento" che mi stuzzica molto.
Parto da questo e insieme da quello. Dal mio fallimento di questi ultimi anni e dalle mezze consapovolezze di quest'anno.
Parto da un libro che non esiste ancora e che da quel poco che ho letto tratta il fallimento da vari punti di vista, di cui non parlerò qui. Insomma, Foucault lo lascio là fuori, il libro (e soprattutto l'incontro con Halberstam) mi serve solo da suggestione.
Non è neanche che mi serva: mi ha di fatto suggestionato.

A un certo punto dello scorso anno un blog non ce l'avevo più e non ce l'avevo ancora. Però la parola fallimento l'ho scritta e nominata più volte, in monologhi e conversazioni private. L'anno scorso mi sentivo una persona fallita per diversi motivi. E non c'era nessuna connotazione consolatoria o motivante in quella sensazione. Fallimento è sconfitta. E' perdere le forze, non sapere più in che direzione andare, dove sbattere per ritrovarle, quelle forze.
A un certo punto, quest'anno, sono crollata davvero. Quella caduta è stata proprio un tonfo. Bum, mi ha spezzato. Ma non mi ha completamente svuotato.
Mi ha lasciato con tante domande, il che significa che sono ancora qui. Perché io tante domande me le faccio sempre e, se posso darmi un bacino da sola, è una delle cose che stimo di più (e insieme detesto, che fa male) di me.

Quando ti senti fallita, lo senti rispetto a cosa? Al successo, alla riuscita, all'achievement. Ma io voglio andare un po' a fondo a questa cosa, prendere le suggestioni, ribaltarle come mi pare, provare a dare una forma a una cosa che mi si agita dentro che è quella che mi tiene ancora qui. Io ho fallito. Ho fallito rispetto a un desiderio, più desideri. Di realizzazione, di forma, di struttura.
Ma cosa desideravo, alla fine? Struttura, probabilmente. Qualche forma di stabilità soddisfacente. Una struttura che però, forse, è quello che là fuori mi si dice di desiderare. Metto subito in chiaro che non sto ad esaltare il sabotaggio creativo fine a sé stesso. Nel sistema ci sono fino al collo, non ho intenzione di andare a vivere tra i monti senza luce gas acqua e neanche di bruciare il Bancomat. La carta, dico. Che sul bruciare i Bancomat in quanto macchine in questi giorni ho altre opinioni, anche se pure quelle fanno un po' a botte tra di loro.
Mi piacerebbe, però, riuscire a vivere qua dentro in maniera decente e dignitosa, anche se instabile, mobile, precaria (parola-dell'anno-anche-quest'anno).

La suggestione che prendo liberamente da Halberstam è quella di riuscire a vivere il fallimento (che è -nessuno qui nega che lo sia- oscurità, vuoto, perdita) anche come ricchezza e movimento. Se guardo alla mia vita tutta, fino ad ora, mi sono sempre mossa tra qua e là. Io sono una Bilancia-Bilancia, ricordo. Non posso proprio evitare di stare nel mezzo. Non ho scelto la radicalità, ma l'ho sempre bazzicata. Non ho scelto la normalità (parola a cui intendo dare l'accezione di "statitisticamente prevalente"), ma la frequento. Mi piace abitare anche uno spazio di minoranza (minorità) e negatività, perché quella normalità che poi alla fine ci piace perché inclusiva, meno minacciosa e che ci fanno così tanto desiderare è piena di demoni e portatrice insana di cose assai brutte. Che di violenza endogena, misconoscimento dell'alterità, occultamento e demonizzazione delle differenze vivono la famiglia, lo stato e l'economia capitalistica. Come si fa a slegare la consapevolezza del grande disegno (che siamo tutti consapevoli, io, gli amici miei e tutte le ex fidanzate) dalla mia vita nei piccoli pezzi? Che è fatta di giorno dopo giorno: lavoro e ambiente lavorativo, uscite e ambiente che frequento, morose e corrispondenze di. Allora mi chiedo rispetto a cosa sento di aver fallito in questi ultimi anni? Ho fallito rispetto all'adesione a un grande disegno che mi stava facendo dimenticare cosa e come si vive giorno dopo giorno, cosa eventualmente mi fa sentire meno complice. Ho desiderato una posizione lavorativa migliore. Ho desiderato una casa come quelle che si vedono sui favolosi siti di interior design. Ho desiderato di condividere quella casa con la donna che amo. Ho desiderato viaggi e gingilli tecnologici costosi. Ho desiderato tutte cose desiderabili e non mi biasimo per questo: desidero ancora.

Poi però penso che guadagno quanto un impiegato medio che lavora con posto fisso da cinque anni, ma faccio un lavoro che ancora mi piace, in un ambiente generale che tutto sommato poteva esser peggiore e che in parte (le persone, certe persone) mi piace molto. Che a dirla tutta non ho bisogno di guadagnare di più, finché divido la casa con una coinquilina. Penso che la mia casa, che è mia perché la abito e la vivo (la possiedo anche se non mi appartiene) è calda, bella, casa, mia. Che ho una coinquilina con cui sto bene e che non sta scritto da nessuna parte che a quarant'anni devi vivere da sola, o con la moglie. Che dividere di nuovo affitto e spese con una coinquilina mi ha di nuovo fatto vittima (e insieme merdina) consumista temporaneamente soddisfatta, quest'anno. Di gingilli tecnologici costosi. E dischi. E libri. Nessun viaggio, ma quella è un'altra questione, e ha a che fare con qualcosa di molto diverso e molto lontano dai denari. Che sposarsi con la donna che ami, viverci insieme, metter su qualcosa non sempre significa felicità. Che le storie possono finire o anche non finire, ma non è la casetta con gatti a carico e libri e dischi in comune che trasforma la faccia storta da spina nel culo (l'ontologica inquietudine di stare al mondo, quello è) in sorriso. Che la gente che frequento è gente che ho scelto e con cui condivido tante cose. Un pezzo di musica/libri/arte/cinema/cultura di qua o di là, una visione del mondo quasi da tutte le parti. Che non sono felice lo stesso, ma non lo sarei neanche con tutti quei desideri indotti belli e realizzati.

Sono queste, forse, le concezioni immature e infantili del possibile che io vivo, che mi tengono viva.

Che sto male, che soffro. Che invidio ancora le coppie che sembrano felici, chi ha un lavoro soddisfacente e ben retribuito, chi viaggia tanto, chi sorride molto.
Che però so che in questo mondo ci posso stare soltanto ballando, dalla parte giusta di una barricata che però è piena di buchi: ogni tanto faccio un salto di là, tutto sbrilluccica rumoroso e compro un iMac, poi però torno a casa, dalla mia minoranza minoritaria che ascolta al buio le musiche cupe e profonde, parlando parole cupe e profonde.
E' a partire dallo sguardo che cambiano le cose. E questo è soltanto un piccolo modo di stare al mondo, politico in quanto sono politica fin dal mio ombelico, nel momento in cui scelgo chi voglio che gli stia attorno e lo faccio per avere uno sguardo più ampio -e necessariamente posizionato- su questo mondo e non farmi inghiottire, né fottere.

Ci sono scelte che si fanno in equilibrio tutti i giorni. E' una scelta anche non lasciare l'Italia, in uno dei periodi più oscuri della storia d'Italia. E certo, ci sta dentro tutto un bagaglio psicologico che fa la sua parte. Ma è solo una parte, per il resto preferisco pensarmi resistente. Sono, come tutti voi altri, completamente sfiduciata e demotivata rispetto a quello che spacciano per politica. Ma credo e sempre ho creduto a un'altra politica, credo nelle piccole cose, nei piccoli gruppi, che in nessun modo cambieranno il mondo, ma qualche calcio almeno lo tirano. E riescono a farmi stare bene. Mi sento integra e dalla parte giusta della barricata, anche se ogni tanto spendo soldi in gingilli tecnologici costosi. Tutto questo è immaturo e infantile? E' il mio possibile.

Fallisco e fallirò ancora, sarò ancora triste e incupita, perderò il senso ancora ed ancora. Desidererò ancora oggetti costosi e una donna da sposare con cui fare i viaggi e i gattini. Piangerò solitudine, piangerò perché non ho niente delle cose che le persone di solito desiderano. Poi tra i singhiozzi mi fermerò ancora a pensare "Ma che cazzo dici, cretina?" e rivaluterò le cose e le persone belle che ho scelto e che riempiono la mia vita. Non lo so se ce la faccio, ma questa sono io che cerco di sopravvivere, oggi. E mi conviene pensare al mio continuo fallimento come a qualcosa di trasformativo, che mi spinge sempre da qualche parte diversa da quella che mi dicono di desiderare. E' oscura, è negativa. Ma è anche altro. E' stare al mondo con coscienza.
Anche se fa un male boia.

Un pezzettino di suggestione:

Halberstam inizia a parlare intorno al minuto 16, le cose che ho liberamente preso durano non più di qualche minuto dal 24.
La traduttrice è mia moglie, la tosse che si sente temo sia la mia, che mi sono ammalata di più subito dopo.

 

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