La premessa.

Da questo punto di vista sono una persona piuttosto fortunata. Sono una persona omosessuale, lo sono e lo so praticamente da sempre e la cosa non mi ha mai lontanamente turbato. Che mi è andata bene, perché quando quei pensieri strani che facevo da bambina sono diventati pensieri e sensazioni incasellabili in un contenitore che in maniera limitante e approssimativa chiamerò erotico ero giovanissima, ma circondata dalle persone giuste. Che le eventuali paure non hanno mai avuto a che fare con il senso di colpa o l'autopercezione, bensì col mondo là fuori, quello brutto, ma ho provato sempre a circondarmi di persone giuste, fino ad arrivare ad avere una forza tale da camminare dritta e trattare la mia sessualità, sempre, con gli altri, come una differenza. Che è tale in quanto mi fa minoranza, ma ricchissima in quanto differenza. Sparata in your face nei momenti in cui mi serviva farlo. Tenuta lì, senza neanche nominarla tante altre volte. Perché tanto nell'intero io sono così, sono oli-tutta anche perché porto quella differenza (insieme alle altre). Arrivare a non farne mai, in nessun modo un problema. Continuando ad evitare il mondo brutto, certo. Ma questo lo si fa mica solo rispetto alla sessualità.
Succede che cresco e mi sento abbastanza forte, che scelgo di andare a vivere in una città in cui – almeno sulla sessualità – la percezione media è amichevole.
(Ciò non significa che qui a Bologna non mi sia presa i miei bei "lesbica di merda", anche in anni non sospetti. Ma erano anche gli anni in cui ero capace di litigare perché un qualsiasi  maschio decerebrato diceva "wow" di fronte a un bacio scambiato in strada con la morosa. Io la morosa la bacio quando e dove mi pare, sia chiaro.)
Mi reputo fortunata perché ho avuto spesso la possibilità di scegliere: le persone e gli ambienti da frequentare, il lavoro. Non ho potuto scegliere la gente che ho attorno al lavoro, ma anche lì su quel frangente mi sono sempre sentita serena. Che significa: sul lavoro parlo della mia vita e delle mie cose con le persone con cui sento qualche tipo di connessione e quando parlo con loro non mi preoccupo certo di sussurrare perché le significant others della mia vita sono femmine solo perché ci sono altre persone nella stessa stanza. Mi sento serena, non temo pregiudizi. Evito di parlarne solo quando c'è in giro una persona che ha un'apertura mentale grande quanto la capocchia di uno spillo. E mi viene pure da ridere, perché penso che lo faccio per proteggerla, da quanto lontana dal mondo e dalle cose varie, strane che ci sono nel mondo lei è. Non ho nessun interesse a mettere in crisi una cinquantenne che ha quel problema lì. Ci lavoro e basta. La vita privata resta fuori. Ma con lei il mondo tutto resta fuori.

Il fatto.

C'è che una persona che lavora lì nel mio stesso ufficio va via. Diciamolo: è un tipo strano. Ma per come sono fatta io ho sempre pensato "E riservato. Sarà timido. C'avrà i cazzi suoi". A me proprio non interessa il taglia&cuci. Ai lavori di sartoria a volte partecipo, da esterna, quando non sono meschini. Poi più divento grande e più mi rendo conto che è uno sport che piace tanto a troppi. Non capisco, davvero. Non sono mai stata pettegola e credo che nessuno possa permettersi di dire "è un tipo strano" di qualcun altro. Comunque. Lui diventa la vittima preferita di signora-apertura-mentale-uguale-a-zero di cui sopra, che è la sua responsabile. E' una lotta, tutti i giorni. Lui decide di chiedere un trasferimento, io penso "Bravo, fai bene". Qui non sto parlando di mobbing, eh. Parlo di persone che non lavorano bene insieme e se il tuo capo non ti prende bene fai bene a provare da un'altra parte.
Due giorni fa sul balcone della paglia sono lì con la Franci e un'altra persona. "Collega" alla lontana, nel senso che è lì, stesso edificio e stesso settore, ma all'amministrazione. Non lavoriamo insieme, ci incontriamo per le paglie, mi piace. Quando siamo da sole parliamo di quello che possiamo condividere: dei nostri gatti e di Siouxsie e di David Sylvian, le sue passioni giovanili. Due giorni fa sul balcone si parla del collega-che-va-via e a un certo punto la collega-del-fumo dice qualcosa, indignatissima. Parlava del collega-che-va-via, di cose che hanno detto su di lui. Parlavano tra di loro, io non capivo. Hanno provato a farmi capire qualcosa alla lontana, dicendo cose del tipo "Sì, un giorno è arrivato 'collega-maniaco-sessuale-dei-sistemi-informativi' e ha detto questa cosa". E questa cosa se la sono rimbalzata lì, da collega-maniaco-sessuale a dirigente-maxima-galattica a signora-apertura-mentale-uguale-a-zero. E' arrivata a tutti. Tranne a me, che notoriamente mi faccio i cazzi miei e sono l'ultima a sapere le cose. Le cose che non mi interessano, dico. E a un certo io ho detto "Ma di che cazzo state parlando?". "Del fatto che ha un fidanzato". Parlavano del fatto che ha un fidanzatO. Non so che faccia abbia fatto, ma non ci potevo credere. Ho detto "Ma state scherzando?". La conversazione è andata avanti un po', io basita. Tutte basite, ma io ero l'unica che di questa cosa non sapeva niente. Lui ha un fidanzato, ok. E quindi? In quale modo questo elemento può avere a che fare col fatto che c'è dell'attrito lavorativo con la sua capa, col fatto che lui parla poco o niente? Hanno parlato ancora un po' (basite e imbarazzate), la collega-del-fumo a un certo punto ha detto "E' anche su internet".
A un certo punto, la sera, quell'assurda sigaretta sul balcone mi è tornata su. Sono andata su internet a guglare il suo nome. Ho pensato "Porco cazzo, ora trovo delle foto imbarazzanti di un party selvaggio di una mandria di orsi barbuti e ciccioni che fanno il bagno nudi nella merda sniffando peli di ascella".
Lui è su internet, sì. E' citato su Wikipedia, ha scritto su siti di cultura gay. E' su internet in quanto traduttore di autori russi e testi russi con figure letterarie di omosessuali o lesbiche. Lo trovi su internet in quanto autore di saggi e traduttore. Lo trovi nei ringraziamenti di siti dedicati alla letteratura russa. Non ho trovato orge pederaste, ho trovato solo il suo lavoro, quello che fa e farebbe per passione.
In quel momento mi è dispiaciuto non essere più attiva da anni nel movimento, perché anni fa guglando il mio nome trovavi solo cose lesbiche o transgender, oggi quasi più niente.
Allo stesso tempo mi sono sentita fragile. Ho pensato che forse non ho capito un cazzo, che se un capo (o la dirigente-maxima-galattica, il cui apparente -che appare molto, intendo- eventuale orientamento sessuale non voglio certo approfondire qui) mi attaccasse alle spalle in modalità taglia&cuci perché non le piace come lavoro e in più sono una lesbica di merda, beh, penso che potrei crollare.
La Franci mi ha detto che secondo lei questa cosa è successa perché lui è strano e che con un'altra persona non farebbero la stessa cosa. Ok, Franci. Ma a casa mia si chiama comunque omofobia.
Il collega che va via non capiterà mai qui, altrimenti non ne avrei scritto. Ma dovesse mai capitarci e riconoscersi: vai. Cerca di andare in un posto migliore. E se riesci, prova a chiacchierare un po', ogni tanto. Pare che a loro basti poco per non diventare persone orribili. O perlomeno nascondersi bene e con agio sotto la patina di tolleranza (di) sinistra tutta bolognese. 
E comunque prima o poi qualcuno dovrà fare outing al collega dei sistemi informativi che tuttE da sempre conosciamo come uno sfigato represso maniaco sessuale. "E' lui che ha l'orientamento sessuale strano", dice la Franci.

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