Ero partita con qualche riga su Anobii, poi mi sono resa conto  che alla fine non stavo parlando del libro, quanto di un mondo intero, a me piuttosto estraneo. Lontano e inintelligibile.
Perché del libro in sé ho da dire poche cose: è un libro divertente, anche se credo di aver riso solo su un paio di passaggi. Divertente almeno per chi alla musica è vicino, in qualche modo. Meglio se la musica gli/le è proprio intima. Gli elementi del consolidato modello Io speriamo che me la cavo ("Senta, ma Che Guevara ha fatto qualcosa di nuovo?") sono soltanto degli intermezzi. Credo che chiunque possa buttar giù aneddoti del genere, relativamente alla propria esperienza lavorativa (io che mi muovo in ambito più o meno informatico ne ho una nutrita collezione). Ma sono solo aneddoti su cui si sorride, non è certo di questo che racconta il libro.
Lo stile di Blatto non mi fa impazzire, credo che abusi un po' di iperboli, retorica un po' troppo, per i miei gusti di solito orientati al minimale-secco. Ma va bene così, è un libro leggero e lui ha scelto quella cifra stilistica.

Ciò che più mi ha colpito del libro è l'assenza totale delle donne. Intendiamoci: non mi sorprende. Non mi sorprende in quanto – da fervente appassionata di lunga data – ho sempre saputo (e vissuto sulla pelle) che questo è un mondo di uomini. E non parlo certo soltanto della passione per la musica. A un livello superficiale e molto generale è un mondo di uomini quello delle passioni tutte. Nel mio piccolo mondo (quello che ho scelto) ovviamente non funziona così. Di donne appassionate e competenti ne conosco un bel po'. Ma insomma, inutile fermarsi su questo punto. Chi sa di cosa sto parlando lo ha già capito.
La sorpresa-che sorpresa-non-è è piuttosto un mezzo sorriso storto di pena. Perché Blatto non racconta di personaggi appassionati di musica, lui ha scelto di raccontare i casi umani. Bene, questi casi umani non potevano che essere uomini.
Un mondo senza figa, quello dell'appassionato/feticista/collezionista. O dove la figa diventa la navicella bonus di Space Invaders, che sta lassù lontana e irraggiungibile, dietro la sfilza di alieni cattivi. Provo pena per le vite di quegli uomini sposati, che devono inventarsi mille stratagemmi per nascondere/difendere la loro passione da mogli arpie che non capiscono, non possono capire. Che addirittura preferirebbero che andassero a mignotte, 'sti poveri mariti. Ma non è neanche pena, la mia. E' proprio totale incomprensione. Ad esempio mi suona storto che 'sti poveri uomini sposino donne che non comprendono le loro passioni. Seriamente: com'è possibile dividere la propria vita e il proprio spazio quotidiano con qualcuno che non condivide le tue passioni? Ma su questo forse sono un po' bacata io e il matrimonio eterosessuale forse funziona anche così. Io invece non mi concedo a nessuno, in mancanza di corrispondenza del solito bla bla di cui blablatero spesso anche qui.
Qui scrivo da appassionata di musica, vittima della musica, consumata dalla musica. Ma il punto è quello: la musica, non il supporto (tra qualche riga mi contraddico, lo so già). Non è scandaloso ascoltare i dischi in mp3 e ci si può emozionare anche ad un concerto con l'acustica di merda.
Quello che mai in nessun modo capirò è il collezionismo. Tra il collezionista di dischi e il feticista dei piedi non trovo nessuna differenza. La mia reazione è la stessa: un grande boh. Esistono uomini che comprano i dischi e li tengono lì sigillati. Li comprano per averli e rimirarli. E qui il mi contraddico di cui sopra: lo faccio anch'io. Non ascolto i dischi, perché l'ascolto digitale è tanto più comodo, li voglio lo stesso perché sono belli. Però io mi dico appassionata, collezionare oggetti rari non mi interessa affatto. Poi, non so, ad esempio io mi lavo regolarmente e mi vesto decentemente. Ho una vita sociale, anche. Tante volte parlo di musica, ma mi interessano anche altre cose. Se fossi una femmina alfa (cit.) probabilmente avrei un'ossessione femminile (le scarpe? Ne vogliamo parlare, o femmine collezioniste seriali di scarpe?), ma preferisco rimanere beta per tutta la vita. Che nel mio ambito lavorativo significa anche migliorabile.

 

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