Una statistica interna non verificata e tutta mia mi dice che buona parte delle persone che in Italia hanno la mia età (o qualche anno in meno, o qualche anno in più) e le mie stesse passioni (o qualcuna in meno, o qualcuna in più) in qualche momento del suo passato ha avuto una storia con i Massimo Volume.
E allora, di fronte al ritorno dei Massimo Volume, a me può succedere questo, con licenza di fiction.

Quando vidi la prima volta i MV dal vivo non sapevo chi fossero. Successe per caso al Pratello occupato e non sono neanche sicura di aver seguito tutto il concerto. Ero giovane, nel mio anno sabbatico dall’università (non facevo un cazzo, insomma), Bologna era una città lontana, ma la sua aura di città desiderabile, che le cose interessanti succedevano tutte lì, arrivava fino al profondo sud. In quei giorni ero a Firenze e quella sera ero andata a Bologna esclusivamente per rivedere qualche amico concittadino trasferito lì e fare l’esperienza della Festa del Pratello. Ovvero andare su e giù per la via, entrare nei bar e nelle case, drogarmi, incontrare gente strana, farci discorsi allucinati (le droghe, appunto). Era il 1993 e avevo una fidanzata, B, che però era rimasta a Firenze. Preparava un esame.
B è stata una fidanzata importante dei miei vent’anni. Insieme e per mano abbiamo percorso la prima rampa di quella lunga scalinata irregolare e pericolante che è l’identità, ci siamo fortificate, abbiamo superato tabù, condiviso griglie interpretative di pezzi di realtà. Siamo cresciute come si cresce a quell’età, abbiamo ascoltato tanta musica. Soprattutto, abbiamo fatto tanti discorsi sui massimi sistemi, come succede a quell’età. 
Poi niente, la storia è finita. Ci siamo separate per il tempo necessario del dolore della perdita, irriducibile per tutto quel tempo necessario, poi ci siamo ritrovate. Ci siamo ritrovate cambiate, assai, ma avevamo quel qualcosa, chiamiamolo linguaggio comune, quindi ci siamo ritrovate e basta.
Poi ci siamo perse di nuovo e non ci siamo ritrovate più. Mi è capitato di incontrarla, B, in un paio di gay pride negli ultimi anni. Io imbarazzata, forse anche lei. Perché ci eravamo perse, perché era colpa mia.
Però mi piace immaginare che se trovassi quel coraggio che non ho, superassi il senso di colpa e la vergogna per il mio essermi fatta di fumo e decidessi di scriverle chiedendole di incontrarci forse (forse) l’imbarazzo si dissolverebbe nel giro di un’ora e ritroveremmo qualcosa, se non il linguaggio, per lo meno uno scampolo di visione comune, anche se le nostre vite hanno preso direzioni diverse. L’ultima volta che l’ho vista, prima di quegli incontri casuali e imbarazzati, è stato nove, dieci anni fa.
Come i Massimo Volume, appunto.
Ascoltare Cattive Abitudini è come sedersi al bar con B dopo dieci anni e, dopo un po’, sorridere.
E’ un po’ come pensavo: non ce l’abbiamo più il linguaggio comune. Qui parlo proprio della parola, quelle frasi brevi e secche che tanti tanti anni fa mi inchiodavano alle cuffie o alle casse. Siamo cresciuti e siamo cambiati, ma un po’ siamo anche rimasti gli stessi.
Incontrare di nuovo oggi i Massimo Volume mi dà sensazioni, ancora. La prima, adulta, è quella del sollievo. Ci conosciamo ancora, ci riconosciamo, anche se siamo cambiati. Poi c’è quella meno adulta dell’emozione: mi incuffio e contraggo i muscoli e penso "perdio".
Ogni volta che ascolto il disco mi fermo a criticare (no, non è una critica, probabilmente è riconoscere una distanza, quella cosa del linguaggio comune, appunto) sempre le stesse cose, le stesse frasi, gli stessi punti. Mi emoziono e stringo i muscoli sugli stessi passaggi, gli stessi crescendo, lo stesso urlo. Poi siamo grandi e allora non posso fare a meno di valutare l’insieme. Ma no, non si tratta di esser grandi e questa non è neanche una valutazione, è che quell’insieme mi arriva davvero tutto insieme. Succede che smetto di ascoltare le parole, anche, e accolgo l’insieme. Potrei soffermarmi su un loop di batteria o due arpeggi intrecciati, come su una piega delle labbra che non ricordavo più o su una ruga che non c’era. Nelle cattive abitudini quasi sempre appagate, ma soprattutto là dove la vita ristagna potrei anche specchiarmici, a testa bassa, in colpa con me stessa e in rabbia col mondoporco. Ma alla fine prendo tutto, è l’insieme che mi prende.

Io non soffro affatto di nostalgia, che sia di fidanzate perdute per la via o musicisti che non suonano più, se non abbiamo più niente da dirci. Ho delle debolezze e dei sentimenti, tenaci ed attuali.
E Fausto è un pezzo glorioso, che ad ogni ascolto mi trascina più in là. E Le nostre ore contate è il testo. E Coney Island è quel loop ipnotico. E Via Vasco De Gama sono io ad occhi chiusi in trance e poi quella staffilata di chitarra. E il resto, l’insieme.
Bentornati, perdio.
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