Il primo pensiero quando siamo scese dalla collinetta del Parco Nord, dove siamo rimasti svaccati per tutti i concerti pomeridiani, per occupare un posto tra le affollatissime prime file (le prime venti, via) è stato: ormai sono troppo vecchia per farmi piacere band troppo famose e/o troppo alla moda.
Troppa gente, troppa ressa, non ce la faccio più a stare in piedi in equilibrio su un piede, minacciata sulla destra da giovane salterina con troppi capelli che si comporta come se lo spazio fosse tutto suo, frustrata per l’inevitabile presenza -davanti- del solito spilungone che mi costringe a fare stretching del collo. Quel tipo di movimento che produce un inquietante crr crr.

Il primo pensiero però è stato anche l’ultimo.
Poi me lo sono cantato, ballato, saltato, sudato e sorriso per un’ora e mezza buona.
Nella mia personale esperienza è la live band migliore che esista al mondo. E nel banalissimo migliore ci metto dentro il talento compositivo, la padronanza di palco e strumenti, la perfezione degli incastri, la capacità di emozionare.
Penso di non aver altro da dire sugli Arcade Fire. Loro, oggi, sono davvero i migliori.

Uno dei tanti momenti oooh-oooh, quello del gran finale.

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