In poche parole andata così: ho cancellato la bozza della seconda parte del post precedente, che avevo scritto in un paio di puntate poco meno di una settimana fa. E chi si ricorda più cosa sentivo e dicevo una settimana fa. Poi ero prolissa, come al solito. Ieri sera appena me ne sono resa conto ho anche pianto. Vabbè, sarei preoccupata se avessi pianto solo perché ho perso un post. Ma in quel pianto ci ho messo dentro anche questo, ecco.
Ci riprovo, ma sarà una cosa completamente diversa.

Insomma, è andata così.
Il libro che non era in nessuna lista e che ho portato sullo scoglio non è stato neanche il mio preferito tra i quattro e mezzo che ho letto, ma a volte una canzone è solo una canzone, quasi sempre una canzone è tanto più della somma delle note, le parole e gli intrecci delle melodie. Quasi sempre diventa altro, diventa tua e solo tua in quel modo lì. La canzone è sempre la stessa, ma per te è solo la tua, con tutto quello che ci metti dentro.
Ecco, mi riesce più facile dirlo di una canzone, non di un libro. Mi sa che un libro è un’altra cosa.
Questo libro non è mica speciale, eh. C’è anche che è l’ultimo che ho letto, negli ultimi giorni da sola, al mare in silenzio da sola. Quando ne scrivevo poco meno di una settimana fa ce l’avevo ancora tutto in circolo, visto che da lui e dall’ultimo scoglio mi separavano solo un giorno, un aereo, 779 chilometri. Scriverne ora mi fa più fatica, sono più distante, meno sciolta.

Il libro che non era in nessuna lista racconta di una dipendenza e tutti i suoi vari accessori. La discesa agli inferi, le brutture, l’abbrutimento, la perdita, il mondo maschio e marcio, il vomito. Tanto tanto vomito, soprattutto. E’ un libro molto famoso, ma la lettrice della domenica mica lo sapeva. E’ anche un libro spacciato per autobiografia e immagino sia stato uno dei motivi principali del successo ammerricano. In seguito l’autore è stato smascherato e sputtanato. Il libro non è autobiografico. Shame on you, ci hai ingannato.
Ma a me che sono grande e vaccinata e che non sono americana per niente questa cosa non ha colpito più di tanto. Ho iniziato a leggere quel libro per motivi personali, come scriveva la mamma sulle giustificazioni per certe assenze a scuola. Motivi emozionali che mi hanno portato a leggerlo solo ora e non un paio di anni fa.
L’ho annusato, capito subito che quella prosa americana (tradotta) faceva per me. Dopo un centinaio di pagine però mi sono detta, un po’ preoccupata "ma continuerai a darmi questo per 450 pagine e più?". E sì, era proprio così. 
Io non mi ricordo più cosa avevo scritto una settimana fa, sicuramente qualcosa di molto diverso da quello che a fatica sto cercando di scrivere ora. E’ un processo naturale, quello di metabolizzare le cose a più riprese. La distanza che ho adesso è differente da quella di una settimana fa. E comunque rimango donna dai non facili entusiasmi e dal metabolismo lungo. Assai.
Mi è piaciuta la prosa, non era banale, anche se dopo un po’ forse ho riconosciuto la formula e la mia (piccola) meraviglia è un po’ rientrata. Credo di aver partecipato poco al percorso del protagonista. Confesso che c’è stato un momento in cui –credendola davvero un’autobiografia– ho pensato "ma dai. sarà davvero possibile uscire dalla dipendenza dandoti le regole da te?". Questa cosa mi ha incuriosito, mi ha fatto partecipare e almeno per un po’ prendere le parti del tossico alcolizzato criminale che non vuole seguire i dodici passi degli AA che passano attraverso il riconoscimento di Dio e tutte quelle menate americane. Basta vedere un po’ di serie tv made in USA: l’alcolismo e le dipendenze vengono affrontate sempre in quel modo lì, pare che davvero non esista altra via. Ma il mio tifo per James è durato poco.
Qualcosa mi ha tenuto attaccata fino all’ultima pagina, nonostante il fastidio della ripetizione della formula, lo spazio angusto e le ritualità quotidiane di un centro di recupero, il racconto ora dopo ora, pasto dopo pasto, doccia dopo doccia, letto, insonnia, sveglia, doccia, caffè, corso, pasto. Volendo anche che coglioni, dopo un po’. Ho idea che quel qualcosa sia proprio quel nonostante. La formula, la ripetizione. Soprattutto, il modo in cui mi racconta quella cosa che sanno tutti. Che la dipendenza è qualcosa che non finisce mai. Che dipendente lo sarai sempre, non se ne esce mai. Che hai bisogno di riempire riempire riempire. E se non hai l’alcool ti riempi di caffè. Di sigarette. Ti ingozzi di cibo, di tv. Riempire uno spazio che non può essere vuoto.
La mia non era empatia, che l’unica dipendenza tossica che ho sono le sigarette, e di cosa stiamo a parlare. Ho solo messo insieme dei pezzi e l’ho fatto in un modo per niente razionale. Scaldata dal sole nel silenzio dello scoglio, tra l’altro. Motivo per cui io su questo libro non ho davvero niente di interessante da dire. So solo che mi è rimasto in testa quel riempire riempire riempire. Ed è solo una cosa emozionale, tutta mia. Tutto mio e un po’ idiota è il sorriso che riesco a fare in questo momento riprendendo in mano il libro, di fronte alle pagine acciaccate di salsedine e calore. Mio il sorriso che sparisce mentre lo peso tra le mani e lo ripongo in libreria, la mia.
Erano sullo scoglio con me/alla lontana ho scritto anche di:
– Jennie Walker – 24×3
– Helen Humphreys – Cani selvaggi
– Ali Smith – La prima persona
– John Berger – E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto
– Audrey Niffenegger – La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo
– Junot Diaz – La breve favolosa vita di Oscar Wao
– James Frey – In un milione di piccoli pezzi
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