sono anni che in pausa pranzo vado a mangiare da sola. avevo iniziato a farlo di là -mensa aziendale- quando eravamo/facevamo finta di essere un gruppo. poi mi sono resa conto che non ci rilassavamo.

ho ripreso a mangiare col gruppo dei colleghi. nuovi, ma vecchi. nuovi nel senso che eravamo nello stesso edificio. non parlo di tutto l’edificio, ma solo di alcuni colleghi. quelli con cui è possibile condividere interessi culturali/pezzi di visione del mondo. quelli che ci parli anche di un film, un libro, un disco, una serie tv, cazzo ne so. poi ho smesso. perché non mi rilassavo.

ormai è passato tanto tempo da quando vado a mangiare da sola. preferisco così. mi sento autistica e isolata. guardo il piatto. e a me piace guardare il piatto mentre mangio, ma lì dove mangio quasi pagato dall’azienda non è per niente appagante.
mi isolo. è come avere le cuffie noisegard senza la musica. metti il silenziatore e le altre voci ti arrivano solo come brusio.
poi inizi a conoscere le persone. mica perché ci parlo, però le guardo. imparo anche i nomi, perché quelli del pranzo all’una e quarantacinque-due sono sempre gli stessi. a volte penso che non ho idea di che faccia abbiano, come si vestono, come si chiamano quelli delle 12-13.00.

il mio preferito è il signore solo. credo che lui sia uno che arriva alle 13.30-13.45.
quando arrivo io lui ha sempre finito di mangiare. e sta lì, a guardare il vuoto. gomiti appoggiati sul tavolo, mento appoggiato sulle nocche. spesso capita che lo noto solo perché gli passo davanti. il posto è grande, mica capito sempre nei suoi paraggi.
ma ormai l’ho inquadrato. o meglio, so cosa fa: finisce di mangiare e rimane lì, senza fare niente. il resto l’ho costruito e suona così: fa un lavoro che non gli piace, da impiegato, comunque. ha una pausa pranzo lunga, più della solita mezz’ora. ma non vuole tornare in ufficio, sta meglio lì a non fare niente.
lui non legge il giornale (e in tanti in pausa pranzo da soli leggono il giornale, di solito uno di quelli gratuiti. sono rari quelli che leggono libri). non guarda il cellulare. lui sta solo lì, che è meglio di un altro posto.
io ho una pausa pranzo imposta di un’ora. i comunali (il mondo/edificio/settore in cui lavoro) hanno la solita mezz’ora.
guardando il signore solo mi chiedo chi tra noi due è lo sfigato.
mangio in venti minuti, torno in ufficio, gioco i giochi di facebook, cazzeggio. non leggo i libri, sono solo su internet, come sempre. se una capa arriva e mi chiede qualcosa rispondo "sono in pausa. torna tra 25 minuti". fa brutto, lo so. e non lo faccio sempre. ma porcocazzo, sono lì dalle 9.15 alle 18. siete voi quelli che impongono certe regole.

quindi penso a me. al fatto che in pausa pranzo con i colleghi non ci voglio andare mai più. parliamo di lost, vi prego (e un po’ tutti guardano serie tv). parliamo di libri (e un po’ tutti leggono libri). parliamo anche di cinema, via! (e tutti guardano film, tranne me). ma alla fine loro sono di quel tipo incarognito che deve parlare di lavoro anche in pausa pranzo. fosse solo quello mi andrebbe pure bene. ma il tipo incarognito che sputa sui capi in pausa pranzo anche no. dai, dillo ai capi. non devi mica dirgli "ti odio, non capisci un cazzo". a volte si tratta solo di dire con un po’ di tatto "non sono d’accordo. secondo me non funziona. piuttosto potremmo fare in quest’altro modo".
il mio modo non funziona sempre, ma tante volte sì. per il lavoro mi incarognisco anch’io, tante volte me lo porto a letto e dormo male. ma io continuo a chiamarla passione. frustrazioni ne ho anch’io di continuo. ma almeno ci provo. a proporre e a dire "no. questa cosa non la facciamo, dai. non funziona". sarà l’attitudine, ma a volte funziona. altre no, eh. ma la prima volta che ho sentito un collega dare della puttana alla capa ho pensato "tu sei messo male". la seconda volta ho pensato "non ci vengo più in pausa pranzo con te".

io in pausa pranzo preferisco mangiare da sola. anche mettermi in un angolo di un tavolo da sei di autisti napoletani dell’ATC. che poi non ho capito il perché di questa infornata di napoletani, sarò più attenta le prossime volte.
poi la barista ha un cane, non ricordo il nome (né di barista né di cane). l’altra barista ha un pappagallo.
maria, la barista brasiliana a cui ho dato due sporte di vestiti da bambino 0-6 mesi non la vedo più da un po’. ma non ho mai chiesto che fine ha fatto. avevo captato "maternità", lì al bar.
anche il caffè me lo paga l’azienda. potrei addirittura prendere un pasto completo pagato dall’azienda. ogni tanto mi capita la cassiera che mi dice "ma prendi solo questo? potresti prendere questo e quest’altro!". ehm, no. e dai, che sono timida e mi intimidisci di più! prendo solo questo, grazie, sennò lascio i piatti intonsi.

forse mi conquisterà la barista con il gatto. avremmo finalmente qualcosa di cui parlare con passione.
che io mi annoio subito e sembro finta subito quando ci si dice "fa troppo caldo/freddo". è il mio sorriso finto di tutte le foto orrende in cui mi si inquadra e me lo si fa capire. il sorriso di circostanza. la breve conversazione di circostanza. ma perché? se posso scegliere io al bar sono da "ciao-grazie-prego-buona giornata". che fatica.

finora lo scambio con l’ultima barista è del tipo "oh. sei arrivata tu! quindi ho quasi finito il turno". poi io sono gentile e cordiale. ma non sono espansiva.
imparo i cazzi loro, le loro vacanze, le loro relazioni, le loro fratture del malleolo. quando parlano di lavoro (lì sono quasi tutti autisti di autobus, bancari, commesse/i. ugo bassi, e dintorni) accendo il noisegard.

io mangio da sola. e non mi dispiace per niente.

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