E ora bando alle lacrime. Un po’ di leggerezza per tutti!

Quando ho visto la pulsera della decima edizione del Primavera Sound ho solo pensato "Minchia, quanto è brutta". Sapevamo già che il nostro festival preferito per qualche motivo a noi sconosciuto non dà i braccialetti di stoffa, come fanno tutti i festival del resto del mondo. Ero abituata alla fascetta di "carta" indistruttibile, ma non a questo orrore. Ingombrante, pure.
Solo in ospedale mi sono resa conto che non si trattava solo di bruttura, era una roba anche piuttosto inquietante. Me ne sono resa conto quando un’infermiera ha detto qualcosa tipo "ma non si possono avere due fascette!". Lì ho deciso di tagliare la pulsera. Che comunque, ingombrante com’è, infastidiva anche certe operazioni tipo cavare il sangue da una mano (ovvero da una rapa. Diobono che dolòr). Ma non siamo qui per parlare di sangue e dolòr, bensì di sprazzi di festival.

Quest’anno la mia esperienza del festival è stata strana. Dopo il primo giorno sono venuta via quasi delusa, della serie "il concerto del giorno? non ce l’ho!". L’esperienza/festival è cresciuta piano piano. Posso dire che il vero giorno pieno è stato solo sabato. Poi mi sono ammalata, ma che c’entra.

I nomi grossi da palco grosso praticamente non li ho visti. Ho fatto un tentativo con i Pavement e ho rinunciato subito, che ogni singolo spazio da cui erano accessibili maxischermo per gli occhi e amplificazione per le orecchie era murato. Ho insistito un po’ con i Pixies, finché qualche inglese ubriaco non ha iniziato a camminarmi addosso. Pazienza. Tanto i Pavement ce li eravamo già goduti all’epoca, i Pixies sono riuscita ad ascoltarli un po’.

I ggiovini (e i palchi sfigati). In generale ho un bel pollice verso per i gruppi ggiovini. Non ne ho seguiti tanti e alcuni li ho persi con dispiacere
(Matt&Kim, perché mi sono simpatici. I Drums. Se non altro per vederlo ballare)

Ma si sa come va con i festival e per le cose perse ci si affida a youtube.
Bravini i Real Estate, anche se non riescono a smuovermi più di tanto. Li trovo piacevoli, ma anche soporiferi, come su disco. Surfer Blood, Best Coast e Dum Dum Girls sono tre concerti che avrei voluto seguire per intero, ma che mi sono ritrovata ad abbandonare per scelta, dopo qualche brano, fosse anche per fare un giro al merchandising, o sdraiarmi sull’erba finta. E a me il disco delle Dum Dum Girls piace, pure assai! Ma dal vivo è pura inutilità. Posers fino al buco del culo, tra l’altro. Best Coast vabbè, non ne scrivo neanche. Se non per menzionare la batterista (delle Vivian Girls?) bruttarella nerdolina. Surfer Blood troppo sopra le righe (e anche qui il disco non mi dispiace). C’è da dire che il palco Pitchfork aveva un’acustica davvero sfigata e se sui concerti visti ho sentito almeno tre cantanti stonare ci sarà un perché. Poi ho seguito due o tre brani di Sleigh Bells. E lì mi sono detta: io posso anche capire l’entusiasmo degli americani, poveretti, ma come si fa in Europa a gridare al capolavoro, considerare rivoluzionario un disco e dei suoni che in Europa si suonano da più di dieci anni? L’electro violentina è nata qui, eh. A Berlino, su al nord, di certo non a New York. Poi lo stesso discorso può essere fatto sui Drums che hanno scoperto l’acqua calda della musica british a cavallo tra settanta e ottanta. Ma americani cari, perché non fate le cose che sapete fare tanto bene. quelle con le barbe, le chitarre, eccetera?

Vecchiezza tradizionalista. A tal proposito, a un certo punto, annoiata da tanta musica che non smuove neanche una corda del cuore o della pancia, ho detto a Laura: "Quando torno a casa mollo tutta ‘sta merdina moderna e mi ascolto solo i Wilco e i Built to Spill, per sempre". Sì, mi sto facendo vecchia. E mi comporto come quelli che erano anziani dieci anni fa e sui forum musicali scrivevano "Quella di oggi è tutta merda. Tornate ad ascoltarvi i Pink Floyd". Ha ha.

Ballare. Ho ballato un po’ sui Big Pink. Ma luilà che canta è davvero sgodevole. Su Dominos come ultima canzone sembrava aizzasse le curve degli stadi. In quanto a truzzeria: il tipetto degli XX sta tirando fuori tutto il vero se stesso. Vero truzzetto di periferia, appunto. Gli XX almeno hanno iniziato a fare dei concerti diversi dal disco, ma le emozioni rimangono zero.
Ho ballato tantissimo sui Cold Cave, circondata da una manica di belle lesbichine, tra l’altro. Solito palco sfigato, ma mi sono lasciata andare lo stesso. Bello bello.

La notte è piccola per noi. Non sono riuscita a godermi nessuno dei concerti a tarda notte, per un paio di motivi. Il primo è che sono vecchia (repetita iuvant) e un concerto che inizia alle 3 o 3 e mezza ormai è troppo per me. Il secondo è che erano tutti al Vice, altro palco sfigato. Non tanto per l’acustica, quanto per problemi tecnici che hanno ritardato tutte le esibizioni (come se non fossero già le 3 di notte..). Yeasayer mosci. E peccato. Moderat si sentiva malissimo e un monitor non andava. E peccato. Health una madonna di dio. Che bravi.

Lo spettacolo vero. Al concerto dei Pet Shop Boys volevo fare solo un salto per curiosità. Ce lo siamo visto tutto, con tanto di coro a braccia alzate su Go West. E sì che quella era esattamente la musica che odiavo in quegli anni lì.
L’inizio:

Go west, la folla, i nani e le ballerine:


Le menzioni speciali, le cose del cuore.
Gli Antlers hanno fatto il tipo di esibizione che in qualche modo temevo. Non sono in grado di dare una valutazione, credo di aver iniziato ad applaudire solo al quinto brano. Bravissimi e molto intensi, senza dubbio. Ma una cosa completamente diversa dallo spirito del disco. Che tra l’altro non riesco a immaginare riproposto in quel modo davanti a migliaia di persone. Intensi, ma anche un po’ epici e pomposi. Il disco che amo, invece, è discreto e silenzioso. Diversa, ovviamente, l’atmosfera dei tre brani che hanno eseguito alla tenda Rayban unplugged. Ma io non c’ero e mi affido al tubo:

I Beach House visti dalla prima fila. Buttare lo sguardo indietro non faceva scorgere la fine dei corpi lì presenti. Su Heart of Chambers ho pianto. Non se n’è accorto nessuno.
Victoria, I love you. Victoria, look at me. Victoria, marry me. Così va il culto.

Riuscire a intrufolarsi tra le prime file dell’affollatisssimissssimo concerto dei Built to Spill. Che in pigiama, scazzati e incazzati con i fonici, tirano fuori un concerto da brividi nelle ossa. Gli otto minuti più intensi dell’intero festival (e chi se ne frega se vanno fuori tempo perché non si sentono). Il primo vero grande momento di amore e condivisione. Io voglio essere schitarrata così per tutta la vita.

Momenti oltri. Decidere di andare a spiare le Cocorosie almeno nello spazio unplugged della tenda Myspace, visto che al concerto non ci andremo. Arrivare in anticipo per prendere posto. Trovarsi di fronte questa fulminata. Il pubblico cantava, le sorelle Casady ai lati del palco ballicchiavano. Aiuto.

Ultima notte/mattina, svaccate sull’erba finta poco prima di andare via. Inglese palesemente ubriaca si butta a tuffo tra di noi, chiede cosa abbiamo visto. "Tante cose". "Avete visto Florence?". Claudia risponde di sì, ma che non le è piaciuta granché. Inglese sconvolta, non riesce a credere alle sue orecchie. "Ma come??! A me sembra il Paradiso!". Claudia: "Oddio. Spero proprio che in Paradiso non urlino in quel modo lì".
In quanto a me, ho finalmente capito qual è il sentimento più forte che mi smuove Florence: la più totale e assoluta indifferenza. Che diventa fastidio, quando urla troppo.

La maglietta più interessante vista al festival: "You used to be alright. What happened?". E no, non lo sapevo fino a questo momento che si trattava dei Radiohead. La indosso tutti i giorni quella maglia lì, anche se non si vede.

Epilogo. In ospedale, dopo che mi hanno infilato la camiciola da ospedale, Claudia fa "Ohi, sembra il vestitino di Florence". Cerco su Flickr. In effetti ci stava pure un po’ quello di Sierra Casady. So’ un’artista, ahò.

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