Il primo ricordo che ho di Giuseppe è antichissimo e annebbiato. Avevo tredici anni, avevo da poco iniziato a frequentare il centro sociale. Ma lo facevo ancora da turista. Piccola, timida, incuriosita da quel mondo pieno di parole, di gente varia, di poster parlanti, di musica. Ricordo di aver messo piede nella sala prove fuori al giardino. Forse tra "quelli del centro sociale" in quel momento conoscevo soltanto Joe, che negli anni a venire sarebbe diventato mentore, accompagnatore a concerti fuori città, garante con i genitori di noialtri minorenni. Joe suonava la batteria, poi non ricordo chi altro ci fosse nel gruppo, perché questo ragazzo magrissimo, nerovestito e con un cappio al collo catturò troppo la mia attenzione. Ma avevo tredici anni e il coprifuoco era alle 19 in autobus. Avrò ascoltato al massimo una canzone di quella musica che all’epoca poteva essere soltanto gotica.
Poi la memoria fa i salti e mi porta uno-due anni più avanti. Vivevo già la mia prima serissima cotta omosessuale dell’adolescenza e continuando a frequentare il centro sociale mi resi conto di non essere l’unica persona fatta così. Non ricordo neanche chi mi disse che Giuseppe era gay e che stava con Mario. Di gay io ne avevo visti un paio (sempre là attorno), ma erano un po’ checche, riconoscibili in quanto gay! Giuseppe e Mario proprio no. Così imparai a conoscere un po’ di mondo omosessuale a me sconosciuto. Genet e Fassbinder, il mondo leather, gli uomini baffuti e barbuti.
Giuseppe era un artista. Bravissimo a disegnare, mi ricordo la sua china già sulle vecchie fanzine autoprodotte e sui manifesti di concerti e iniziative, quelli fatti fotocopiando e assemblando, prima dell’arrivo del primo 486.
Poi arrivammo a suonare insieme, intorno ai miei diciassette anni.
Dopo sono arrivate altre cose. Le malattie, non una sola. Ma è arrivata anche la distanza, le direzioni diverse. Poi sono venuta via e ho rotto del tutto con tutto la mia vita passata laggiù al sud.
Ora voglio ricordare Giuseppe in due modi:  in un concerto dei Gunslingers (i miei diciassette anni, appunto), a petto nudo in pantaloni di pelle nera mentre urla nel microfono Search and Destroy. E moltissimi anni dopo (che erano comunque dieci anni fa) quando l’ho visto per l’ultima volta, super eccitato come tutti, al Roma World Pride del 2000: ci siamo abbracciati e mi ha detto "Tutto questo è fantastico". Ciao, Giuseppe.

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