Ho capito che se per scrivere di nuovo qui aspetto un disco che mi spezzi il cuore e ne faccia uno spezzatino, o che mi metta in crisi di sentimenti contrastanti, oppure mi porti via, ma mai lontano da me (mi sia anzi così intimo da tenermi tutta stretta e tutta insieme, non mi faccia mai dimenticare chi sono) beh, mi sa che toccherebbe scrivere non più di cinque post l’anno.

E allora voglio parlare di un dischetto. Un piccolo disco che ascolto da un paio di mesi, che recupero ancora qualche volta a settimana, perché mi fa bene. Mi fa piacere. Intendo: non stiamo mica sempre a strapparci le vene sulla musica, noi. Non è vero che ascolto soltanto le lagne. Le lagne, semmai, sono quelle in cui mi riconosco di più. Mm, forse così mi sto dando della lagnosa, ma non intendevo quello.

Comunque. Esiste la musica gradevole, a cui dedico ascolti, anche tanti. A cui non riesco, però, a dedicare molte parole. Allora sarò breve.

freelance whalesI Freelance Whales sono un giovane gruppo newyorkese. Il primo pezzo che ho conosciuto, Broken Horse, me li ha fatti immediatamente collocare lì di fianco a Sufjan Stevens. Ho scaricato subito il disco e ho capito che di Sufjan hanno solo l’uso del banjo e, in qualche occasione, un cantato lieve, in punta di piedi di angeli.

Ad ascoltarlo tutto, però, vien da pensare che i ragazzetti siano i nipotini di Ben Gibbard. E non parlo neanche di quel Gibbard sentimentalone che è riuscito a commuovere generazioni di adolescenti, post-adolescenti e babbione come me. E’ più il Gibbard dei Postal Service.

Io trovo il disco sia onesto che ruffiano. Com’è possibile? E’ onesto perché sembrano davvero molto giovani. Ruffiano, perché più della metà dei pezzi potrebbe tranquillamente finire in quelle serie Tv americane, che anche certe babbione italiane guardano, con una lacrimuccia che scappa ogni tanto, quando il pezzo killer accompagna un momento sentimentalmente triste.

Broken Horse rimane forse la mia preferita, ma sulle altre ondeggio e batto il piedino, sorridendo, senza un briciolo di malumore.
Giusto un po’ di ingiustificata nostalgia di niente, provocata da intrecci di accordi, banjo, xilofono, e via andare.

C’è un altro nome che mi viene in mente. Qualche anno fa presi una cotta per il primo disco dei Bishop Allen. Visti dal vivo non sono neanche riuscita a volergli un grammo di tutto il bene che volevo al disco. Il secondo disco, poi, mi è scivolato addosso. Ci interessa? No, finché un dischetto mi fa stare bene, finché con lui ci passo del tempo piacevole.
Non sono una che spreca il suo tempo, mi concedo pochissimo, mi fisso sempre con il perseguire e l’amare solo quello che davvero vale l’investimento e la passione (lo so che ho già scritto nel primo post che dico sempre le stesse cose. Dovrei farne un disclaimer, forse). Ma qui mica sto parlando di una relazione con una persona. Di quelle relazioni così così, che magari tieni in piedi per un po’ perché "why not?". Non sono donna da così così. La musica, però, l’ascolto quasi esclusivamente in ufficio, potrò mica stare sempre col cuore gonfio, nascosta dietro i monitor. Ho bisogno anche di dischi amici. Di quegli amici a cui non racconti tutti i cazzi tuoi, ma che ti fa piacere vedere di tanto in tanto. Frequentare, anche solo per un po’.

Pigramente, mentre scrivo questa bozza e vedo Claudia on line le chiedo "Che significa Weather Vanes?". Lei mi linka Wikipedia, che tra le prime righe riporta "Although partly functional, weather vanes are generally decorative".
Ecco, Weathervanes è un disco che arreda. Ma io ci trovo anche una sua bella funzionalità.

E poi il packaging del disco è così caruccio, quindi lo compriamo e basta.

Broken Horse, al buio – the first show they ever played, dice qualcuno

Generator first floor – nella metro, a NY

Hannah – il pezzo che mi fa più effetto Click, Click, Click, Click

The Great Estates – un emmepitrè di un altro pezzo un po sufjanico, che non è giusto mettere solo dei live

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