Asterisco subito: titolo idiota per post sconclusionato. Ovvero: come riuscire a non essere d’accordo con le proprie opinioni, anche all’interno dello stesso post.

Contesto: sono passate le due di notte, siamo appena fuori Milano, in macchina, di ritorno verso Bologna dal concerto dei Local Natives a La Casa 139. Claudia guida piano. Non abbiamo fretta e comunque ho chiesto qualche ora di ferie, per la mattina dopo. Il tempo sufficiente perché una babbiona si ripigli dopo questa trasferta.

O: Cosa vuoi ascoltare?

C: Metti i Beach House, non l’ho ancora ascoltato per intero
O: Ok

Si ascolta in silenzio, ogni tanto parte un commento:

C: Questa canzone si chiama Zebra. e sai di cosa parla? Della zebra!
O: Maddai!
C: Sì sì. Sei come un cavallo, però bianco e nero

Silenzio, si ascolta la canzone.

O (cantando sulle note): Oh, zebra zebretta, cavallo selvaggio. Però bianco e nero!

Silenzio. Si ascolta. Ogni tanto faccio commenti profondi del tipo "Uh, questa è una delle mie preferite".
Il disco finisce.

O: Beh? Che ne pensi? Piaciuto?
C: Mah. Per me è troppo, è un po oltre. Ho visto questa session su Pitchfork.tv, ma lei è un po’ troppo
O: Eh sì, lei è un po’ oltra
C: D’altronde è francese
O: Eh  già. E’ proprio francese

Il contesto era particolare, a me piace tantissimo viaggiare in macchina (ho detto viaggiare, non guidare) in silenzio, ascoltando musica. Le conversazioni tra me e Claudia, poi, non sono sempre così decerebrate. Victoria Legrand, invece, è sempre un po’ oltra.

Uscito alla fine di gennaio, Teen Dream ha iniziato a circolare sui soliti m-blogz a metà novembre dello scorso anno. "Album dell’anno prossimo! Subito!" hanno iniziato a dire qua in giro. Ho iniziato ad ascoltarlo con regolarità. Me ne sono innamorata con una certa ambivalenza di sensazioni e sentimenti.

Mi chiedo se anche ad altri capita di avere queste sensazioni contrastanti nei confronti di un disco, un gruppo, un suono. A me capita spesso. I Beach House, oggi, mi sono insieme fastidiosi e imprescindibili.
E va bene, siamo organismi complessi, costruiti, stratificati, multipli, impressionabili. Non c’è niente di naturale in questo mio corpo che sono io. E il gusto viene costruito e ricombinato attraverso tanti assi. Non so bene cosa sto scrivendo, ma pensavo al fatto che questo disco è stato preannunciato e poi lanciato come il capolavoro dei Beach House. Io non ne sono tanto sicura e come sempre parlo per me, non parlo del valore assoluto del disco.
Parlo dell’ambivalenza, e come funziona con me.

Il primo disco dei Beach House mi è scivolato addosso. In giro piaceva, a me irritava un po’. Semplicemente: non ero pronta. Il secondo disco l’ho scoperto in ritardo. O meglio: l’ho ascoltato subito, mi innervosiva.
Verso la fine dell’anno (che periodi pieni, maggici, sempre!) l’ho recuperato e me ne sono innamorata, odiandolo un po’. You came to me è finita nella solita compilation invernale di cui parlo nel post precedente (un anno prima, però). Heart of Chambers è diventata una delle più belle canzoni d’amore (perché è una canzone d’amore, vero?) della mia vita recente. Una canzone davvero unica, diversa da tutto quello che abbia mai ascoltato. E’ stata Heart of Chambers a farmi interrogare sui Beach House. Chi siete? Cosa ci trovo (oggi) di speciale in voi? La mia risposta provvisoria oggi (edit: ora, che già non è più ora) è: Victoria Legrand. Che mi fa insieme innervosire e innamorare.

La voce di Victoria mette degli spigoli in una musica che altrimenti sarebbe eterea, sognante, dilatata. Ovvero in quel tipo di musica che mi fa infatuare su due piedi, proprio perché tutte le cose sono al loro posto giusto, in equilibrio, a produrre qualcosa di rassicurante in quanto noto e già sperimentato.
L’ho sempre detto che sono una persona di gusti semplici. Ho bisogno di certezze, io. Datemi l’ennesimo disco dei Built to Spill, che non fa un passo avanti rispetto al precedente (anzi) e io sono felice di trovare quello che conosco già, quella barba americana che mi tiene al calduccio. Fatemi piangere lacrime e rizzare peli. Chiudere gli occhi e sorridere, anche. Rassicurata.

Ma no, non sto cogliendo davvero il punto e ho già cambiato idea su quello che ho appena scritto.
Musicalmente, i Beach House non sono neanche di quel rassicurante di cui scrivevo sopra. Ci sono pattern familiari, dilatazioni e saturazioni. Ma non sono banali, mai. Stanno molto stretti in un’etichetta "dream". Io li trovo psichedelici. Inquietanti. Trame musicali piuttosto articolate (oggi. Di certo non nel primo disco) su basi ritmiche minimal e lo-fi.
Come le basi delle pianole Bontempi che suonavamo da piccole, suggerisce Claudia. A pile scariche i giochi di mio nipote di neanche due anni ne fanno di più complesse. Comunque weird e un po’ creepy, in qualche modo.

Il punto, però, rimane l’unicità di Victoria e il fatto che rispetto alla musica lei emerge, in un modo talmente personale che non posso fare a meno di trovarla antipatica (perché non rassicurante. Minacciosa, appunto), e insieme amarla.
Norway
, il terzo pezzo di Teen Dream è il brano che racchiude tutta la mia ambivalenza di sentimento. L’ho odiata, ma davvero. Poi a un certo punto gli ho dato una stellina su iTunes. Poi due. Poi tre. Con quella base tutta stonata e quel cantato irritante ho iniziato a portarmela a letto e cantarmela la mattina al risveglio. Vi odio.

Hanno anche un sapore antico le canzoni dei Beach House. Più antico degli anni novanta, intendo. Sarà quell’aura psichedelica, sarà la spinetta, o quel tono di voce così caratteristico. Un tono di voce che io trovo inconsueto oggi, ma che mi riporta a certe vocalità di donne che cantavano quando ancora non ero nata. Nico, in primis. Ma anche Grace Slick, mi verrebbe da dire. Sbagliando, probabilmente. So quasi niente delle donne che cantavano prima che nascessi. Mi sanno di acido, i Beach House. Anche se non mi calo un acido dal 1993, credo. E io ascoltavo noise, nel ’93.

Ma ho cambiato idea di nuovo. Teen Dream forse è davvero il gioiello dei Beach House. Sono stolta, perché era sufficiente ascoltare i tre dischi in sequenza per arrivarci. Nella mia esperienza di ascolto e partecipazione lo diventa perché è un disco aperto. Che respira e ti fa respirare con lui.
Il bello di arrivare tardi sulle cose è il fatto che non puoi permetterti di dire "li preferivo con il primo ep, quello autoprodotto nella cantina del cugino del chitarrista". Perché se li ascolto oggi vedo solo crescita. Che può essere sputtanamento, (più) grande pubblico, Sub Pop, o quel che è. Io so solo che il primo disco mi opprime di cupezza fosca (ma ci piace lo stesso, che discorsi), Teen Dream mi inquieta di sorriso sghembo.
Ecco, questo è un post d’amore in un momento d’amore. Ma i Beach House occupano nel mio cuore musicale il posto speciale dell’amore-odio. Non sono soli. Su due piedi mi vengono in mente Scout Niblett, Shannon Wright, Black Heart Procession, Nina Nastasia, Joanna Newsom. Artisti che non ho mai visto dal vivo, nonostante si siano presentate diverse occasioni. Non era mai l’occasione giusta, temevo gli effetti della mia personale disposizione poco limpida.
Con Shannon Wright ho superato il tabù a un Primavera Sound. Quest’anno fremo per il concerto dei Beach House, nella stessa location. Spero di rimanere in equilibrio fino a maggio. A oggi so che sono tre mesi che ascolto Teen Dream.
E vi amo e poi vi odio e poi vi amo. Ma vi amo. E alla prima occasione faccio un acquisto triplo.

Dove tutto è iniziato davvero: Heart of Chambers

L’amore, oggi: Silver Soul

Zebra, performance oltra at pitchfork.tv

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