Mi sono fatta questa domanda tante volte da quando ho chiuso il blog. Me la sono fatta perché io sono il tipo di persona che spesso sente un prurito, un bzzz bzzz nella testa. No, non ho le pulci e non sento le voci. Solo, sono una persona che ha bisogno di raccontare. E quando non racconto soffro un po’. Le parole si ammassano nella testa, ma trovano un blocco e non arrivano mai a quel chissà cosa che precede il linguaggio parlato. Quella cosa che a un certo punto da ammasso di (poco) senso confuso prende forma e diventa parola. Scritta o parlata che sia, prende forma, non rimane lì nel brodino cerebrale.

Adesso però scriverò tanto, perché ho delle cose da dire, perché scrivere mi aiuta a dar loro forma. Perché mi ha sempre aiutato a capire.

Ciao, mi chiamo Olivia e sono malata. Sono malata di una malattia per niente rara, ma davvero infida. Quando in tanti scrivevamo sui nostri blog avevamo un po’ tutti questa coazione a farlo quotidianamente, anche più volte al giorno. Ad arrivare primi, o tra i primi, a dire cose su dischi ancora non usciti, sul concerto visto poche ore prima. Ok. Forse non era tipico di tutti i blog, ma era ciò che succedeva su quelli che leggevo io.

Oggi non leggo tanti blog musicali (bugia. Ma questa bugia la spiego tra poco), ma mi sono resa conto che questa modalità è quasi andata. Perché è passata? Forse perché hanno iniziato a farlo in tanti, in troppi. A un certo punto, forse, qualcuno ha iniziato a pensare che non è una virtù dire "primo!" su una cosa che quasi ancora non esiste. Perché quando dici "primo!" cos’altro puoi dire di ponderato/approfondito?

Non è vero che leggo pochi blog. E questo è il succo della malattia. Come tanti e come troppi uso i feed. Sapete qual è il male dei feed? Che aggiungi e aggiungi e continui ad aggiungere. Una volta avevo il gusto del giro quotidiano, del passaggio su questo o quel blog. Avevo i bookmarks, addirittura, prima di Delicious. Senza sapere se fosse  stato aggiornato, ripassavo anche per seguire l’andamento dei/partecipare ai commenti, su un post magari vecchio di qualche giorno, ma sempre attuale in quanto generava discussioni interessanti. Io oggi non faccio altro che aggiungere feed. E’ così comodo. Mi sono fatta tutte le mie belle categorie sul reader: ho quelli sulla Apple, quelli di informatica (sviluppo/design/ma anche solo consigli e utilities), qualcuno sul cibo, quelli di design, quelli musicali, gli m-blogz (che non sono quelli musicali), quelli delle femmine, altro ancora.

Ogni mattina trovo centinaia di oggetti nuovi. E sì, cancello anche in blocco, ma mi viene l’affanno e anche un po’ di senso di colpa. Di fatto leggo troppo e non leggo più. Ho perso la passione della lettura che avevo anni fa. Sono sovraccarica. Forse lo siete anche voialtri che scrivete.

Forse lo siete voi dei blog divulgativi. Preziosi, per carità. Come potrei vivere senza sapere prima di subito cosa ha scritto la rivista X sulla cover acustica fatta dal gruppo Y nel secret show Z? Posso mica arrivare in ritardo su un leak che viene rimosso tre ore dopo per violazione di copyright? Come potrei arrivare tardi sulla famosa "notizia che rimbalza per la rete"? Non si può. Non si può più.

Però questo significa che non leggo più. E penso a quando mia nonna mi dava una mezza notizia confusa e io le chiedevo "dove l’hai sentita?" e lei rispondeva "l’ha detto la trelevisione". Io oggi potrei rispondere "l’ha detto internet". L’ho letto. Ma non so né il dove né il quando né il chi né il perché. Alla fine non conosco per niente la cosa, c’è giusto un neurone che mi dice "ohi, questa cosa/nome/fatto l’hai letto". Punto. Poi c’è che il reader appartiene al famoso colosso che ti fa trovare tutto, ma questo non cambia il fatto che il neurone è fottuto ed io non ho imparato niente.

Sarà l’età (tutto questo mi affatica), sarà che vorrei riuscire a leggere più spesso qualcosa di pensato, oltre che sensato. Sarà che mi hanno disegnato così e nella vita (con le persone, le relazioni in generale) sono estremamente selettiva. Vorrei lottare contro questa malattia.

Il fatto è che i blog di una volta mi mancano. E mi mancano perché erano teneri e veri. Non si trattava solo di arrivare per primi, ma di metterci anche qualcosa. Oggi arrivi per primo con dieci parole su Twitter. Con quindici su uno status di Facebook. Con un link su un Tumblr. Questo sì che è dire "primo!" e basta. It sucks.

La mia idea di blog rimane piuttosto antica: arrivi tra i primi, ma ci metti la pancia. Oddio. Diciamo che è stato sempre il mio modo di scrivere su un blog e che ho sempre amato questa componente negli altrui blog. Se togli la componente emozionale vai a fare il giornalista. Non che sia una categoria superiore, è semplicemente altro. Se non altro dovrebbe dire meno "io".

Io non mi ricordo più perché pian piano ho smesso di scrivere, forse mi era venuto un po’ a noia per i motivi di cui sopra. So benissimo perché ho scelto di chiudere. Perché soffrivo. Perché la vita di quel blog era legata intrinsecamente a una persona. Perché a quella persona io ero profondamente connessa, ma non sono riuscita a tenerla connessa a me allo stesso modo. E allora al diavolo il blog, al diavolo le parole. Implodi ed impazzisci dietro ai pensieri sconnessi che non diventano mai parole. Fai cose che ti rimangono dentro, fanno un po’ di casino dentro la testa, poi diventano mute. Che peccato. E’ un peccato per me, è un torto che faccio a me stessa. E un diario segreto non lo so tenere più, perché quello pubblico mi ha dato/fatto conoscere troppe cose/persone preziose.

Ecco. Io vorrei riprovarci.
Nel frattempo non ho imparato un nuovo modo di scrivere. Probabilmente continuerò a girare spesso attorno alle stesse cose, usando anche le stesse parole, come ho sempre fatto. Ci sono parti di me che non cambiano, ma se non cambiano vorrà (anche) dire che un po’ mi piacciono.

Vorrei solo provare un altro approccio (e nel momento in cui lo scrivo sto già scuotendo la testa, perché c’è del bello anche nell’entusiasmo immediato per le cose): arrivare lenta, arrivare tardi. Lasciare un po’ sedimentare le cose. Che in nessun modo vuol dire che arriverò a scriverne in maniera meno soggettiva. Non solo non lo so proprio fare, ma non mi interessa affatto. Voglio arrivarci con un po’ di esperienza in più. Esperienza che diventa familiarità, più che conoscenza.  Emozione in transizione. Perché a noi la passione che brucia in un attimo interessa poco. Interessa, ma per poco. La superficie delle cose ancora meno.
Quando diventi grande la concezione del tempo cambia radicalmente. Ok, ci sto cascando di nuovo con gli universalismi.
Riscrivo: diventando grande la mia concezione del tempo sta cambiando radicalmente. Il tempo mi è nemico, perché invecchio e indietro non si torna. Il tempo mi è profondamente amico, perché mi dà modo di dare il giusto valore/amore alle cose. Mi permette di scegliere, con calma, quali sono le cose davvero importanti. O anche quelle che semplicemente una volta mi divertivano, ora non più.
A me piace imparare ad amare, affezionarmi. Con la musica a volte serve qualche ascolto in più, qualche parola scambiata con altre persone, condivisioni che la fanno tua in una maniera diversa. Con le persone è tutta un’altra storia, ché non sono meri oggetti d’amore. Sono soggetti, irriducibili, recalcitranti. E ci mancherebbe.

E allora voglio provare a portare qui dentro e di nuovo quello che succede a me. Sarò anche e ancora solipsistica, maniaca pure. Fanatica. Vorrei solo scrivere quando mi va di farlo. Provare a guarire dal sovraccarico de "la qualsiasi" portando con me solo quello che imparo ad amare. E se a volte sarò lunga non mi importa, c’è tanta di quella roba sintetica là fuori. Proviamo.

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