imparare l’italiano.

dopo tutto questo pezzo di vita vissuta ho capito che sull’indole e le qualità caratteriali non puoi lavorare molto. io sono timida, riservata, permalosa, non decisionista, non istintiva, tra le tante altre cose. sono qualità, sono parte di me, non le posso davvero cambiare.
però le posso forzare, quando ho bisogno di farlo. e ho spesso bisogno di farlo in relazione. qualcuno fa una battuta su di me e sto già mettendo su il grugno pavloviano? ehi, è solo una battuta, ricorda che sei tu quella permalosa, smettila. mi ritrovo da sola (leggi: senza l’amica-copertina di linus) in un posto pieno di gente che conosco e mi sento in imbarazzo? dai, avvicina la gente, chiacchiera. dopo un po’ la timidezza si scioglie. due birre aiutano.
forzare l’indole nei suoi tratti più a(anti)sociali e impacciati è una cosa che si fa per necessità. non divento certo estroversa, ma almeno provo a non restare appiccicata al muro a guardare gli altri, in silenzio. non sempre ci riesco, ma ci provo.

poi ci sono le prese di posizione maturate chissà come e perché, neanche ti ricordi più. ecco, queste non sono qualità, bensì stati. effetti di decisioni prese e mai messe in discussione. una cosa poco furba, poco adulta. se la me stessa dei vent’anni non avesse messo in discussione il categorico “il pesce mi fa schifo” (il gusto della me stessa precedente) mi sarei persa i successivi tanti anni di gran mangiate di pesce. arrosti, grigliate miste, fritture, impepate. che idiota.

così vent’anni dopo sono pronta a mettere in discussione il mio quasi altrettanto categorico “la musica italiana non mi piace”.
prima che iniziate a menarmi: io la musica italiana l’ascolto e per quanto possibile supporto le piccole scene. è il cantato in italiano che mi ha sempre dato problemi. non mi piace, mi stona, mi imbarazza. ho le mie eccezioni, ma sono davvero pochi i dischi che mi funzionano nella loro interezza di musica e parole.

taglio corto. sono io quella che è cambiata, sono meno rigida.
così mi sono presa una mezza cotta per un meraviglioso declino, il disco di colapesce. mi ero imbattuta in qualche suo brano prima dell’uscita dell’album e la cosa che mi aveva colpito più di tutte erano le sonorità “molto poco italiane” (cit.)
il disco poi è arrivato nella mia cassetta della posta all’inizio di questa settimana, fatta di giorni e giorni passati a casa, malaticcia e al riparo dl freddo. con la musica giusta, per una volta fuori dalle casse e non in cuffia.
stavo per scrivere “facile definirlo un disco invernale”, ma poi ci ho pensato un attimo. è la suggestione di affacciarsi alla finestra che me lo fa definire un disco invernale. fosse uscito in agosto ci avrei trovato l’estate.
ma ora è inverno e ascoltando colapesce io vedo l’inverno buono. quello delle persone che guardano alla neve col sorriso e l’incanto, non con la rabbia dell’automobilista con pala in mano.
non so ben dire come suona questo disco. suoni e arrangiamenti (curatissimi, perfetti) sono tanto americani dell’america che piace a me. io ci sento tanto grandaddy, ma anche sprazzi di gruppi chitarrosi come wilco o yo la tengo. poi però ci sento pure battisti, è inevitabile.

ieri ho incrociato una recensione che trovava nei testi il punto debole del disco. io, invece, per una volta riesco a godermi un disco in italiano senza l’imbarazzo dei testi. perché non sono affatto pretenziosi. non sono particolarmente ricercati, puntano spesso su un io e te, su varie forme di amore, quotidianità e malinconia. non mi disturbano, non mi imbarazzano. sto facendo progressi.

lei mi piace assai:

Febbre di crescita

E sì che stamattina c’erano -12 gradi quando tutta imbacuccata sono uscita per andare a lavorare, ma avevo passato una nottata d’inferno, tra mille malesseri di vario tipo, occhi sbarrati e gatto inerte sotto le coperte. Diventa pesantissimo un gatto, quando cerchi di farti spazio nel letto, scavalcarlo.
Esco che c’è un’aria fredda e bellissima, una luce che a breve diventerà sole che riverbera abbagliante sulla neve. Tutto questo mi dà pace, in contrasto però con stomaco, intestino e testa. Loro pensano di stare in una lavatrice di bucato scuro e provato. Quello di quando fai tardi e ti si impuzza di fumo, di alcool. Di odori e particelle di gente. E no, non ho affatto tirato tardi ieri e sono rimasta in abbigliamento da casa di domenica, con il tè, le serie tv, i gatti e il plaid leopardato dei gatti.
Ma alla fine penso che non c’è vero contrasto. E’ solo il modo buffo che il mio corpo conosce ed usa per dirmi “Ehi”. La febbriciattola, la nausea, i capogiri sono la mia neve che si scioglie al sole. Sono io col mio disgelo, dopo tanto troppo tempo di ibernazione colposa.
Così sono tornata a casa, non mi sentivo affatto bene. Però questa sono io che torno a vivere, mi piace davvero pensarla così. Mi guardo attorno e vedo cose (persone) belle che non mi sono permessa di vedere per tanto troppo tempo. Cristo, non sono proprio più abituata. Mi gira la testa, mi viene la febbre. Cresco, mi muovo. Di nuovo.

sharon van etten, tramp.

quando lo fanno su stereogum la chiamano premature evaluation.
d’altronde il fatto che da quattro giorni non ascolti altro, più e più volte al giorno, al punto di aver già incistati in testa pezzi di testi, incisi, refrain, crescendo, ululati (copyright marbie morbo) non significa che possa avere una visione oggettiva di un disco che, prima ancora di uscire, aspettavo come il disco dell’anno.

non è vero, mento. serpents mi aveva un po’ spaventato. la trovo bellissima, ululabilisima (vedi sopra), potente, piena. da respiro a pieni polmoni. ma era proprio quel pieno a farmi un po’ paura. paura di iperproduzione e pitonamento di una musica che non ha affatto bisogno di infiorettamenti. sharon van etten mi tocca il cuore con for you, con love more. ma sa farlo bene anche quando si incazza di più.

bene. i timori erano del tutto infondati. sharonetta è cresciuta e lo ha fatto in buona compagnia e in modalità vagabonda che son io ha confezionato un disco bellissimo. toccante, intenso.
sia chiaro (anche se i miei dodici lettori lo sanno benissimo): io di sve sono tossica. non è stata una cotta, non è una cotta. è un’artista che mi rivolta come un calzino. mi fa sentire innamorata, pulsante, triste, piena di energie. mi fa piangere e battere i pugni, mi fa sorridere e amare. mi fa sentire quelle cose che pochi altri musicisti mi hanno dato nella vita. mi parla, mi ha sempre parlato. mi riempie, diobono.

sharonetta è cresciuta e con lei i suoi dischi. e certo, tramp è tanto più gonfio di epic. qui siamo pieni di strumenti, il suono è stracurato, non c’è niente fuori posto. si è affidata bene, ma ha capito tutto:

“Don’t overproduce too much, don’t add too many tracks because we only have three people to do this live!” [*]

il fatto è che non sono mica i suoni pieni e l’accurata produzione di tramp a sconquassarmi il quòr. sono le canzoni.
sharon van etten ha fatto un disco pieno di canzoni bellissime. ce n’è per tutti, proprio. i pezzi epici, all i can su tutte (se cliccate sul link non fate caso a quanto malissimo è vestita. è una ragazzotta di campagna, dai). che già conoscevamo da live di qualche tempo fa e che sul disco è una bomba ad orologeria che minuto dopo minuto ti fa rizzare i peli e stringere le chiappe fino a quando non arriva l’esplosione che ti fa urlare con lei e ti fa stare bene, cazzo.
ask, anche. su cui a un certo punto io ci canto the winner takes it all. non scherzo. d’altronde su all i can ci canto no surprises. probabilmente è un mio problema.

poi ci sono i pezzi di intimismo. uno su tutti, give out, mi fa malignamente pensare (cattiva, cattiva!) “meno male che hai avuto ‘sta storia dimmerda con quest’uomo dimmerda. ti amo, perché sei capace di restituircelo così il carico di sentimenti negativi, il tuo get over, il tuo give out”.
non che io voglia sharonetta imprigionata in questa gabbia di amore che uccide. il pezzo, tra l’altro, ha almeno un paio d’anni. ma se ha deciso di inserirlo nel disco del 2012 probabilmente ha ancora qualcosa da dire al riguardo. e da qualche parte su fb ho letto che ha suonato at a talk about relationship violence awareness. you go, girl.


(sharon, tagliati i capelli, dai)

e poi in line. e i’m wrong. intima, ma spaziale. piena, come le ululabili.
poi c’è magic chords, che fa storia a sé. mi ammalia, ma non riesco ad inquadrarlo. quasi non sembra un suo pezzo. ma affascina assai.

non c’è più posto per nessuno qui dentro. sono vasta, contengo sharonetta.
disco dell’anno.

la mia veterinaria è meglio della vostra.

io qui non ho mai parlato di cleopatra, credo. quando parlo del gatto parlo di cirillo, il mio gatto.
vi presento cleopatra.

dicembre 2007: mia sorella non lavora, ché il lavoro che fa potrebbe compromettere la gravidanza. va giù dai miei per un bel po’, mi lascia cleo per un po’. mi aveva anche detto “la mia casa è piccola. non è un problema di malattie e gravidanza, ma cleo è una gatta impegnativa. perde troppo pelo. la casa è piccola. nel caso luca la sistemerebbe a zocca, in campagna, da un tipo che conosce”.
nel dicembre 2007 cleo è diventata la mia gatta.

non l’ho mai trattata come la mia gatta, lo confesso. cleo è una gatta difficilissima. quando leggo i profili dei gatti sul sito del gattile e vedo “solo per esperti” guardo cleo e le dico “tu sei solo per esperti, lo sai?
cleo non si fa prendere in braccio. le piacciono le coccole, ma mai quelle oltre. se la coccoli troppo ti mozzica, ti graffia. cleo è una gatta che ti vuole seduta sul divano. poi arriva lei e ti ciuccia. cleo ha quasi sedici anni, ma ha quella cosa lì del fare il pane. o la pasta. whatever. ma solo quando piace a lei. tu non la devi toccare. mai.

cleopatra è stata raccattata che aveva meno di un mese. nel 1996. era stata abbandonata da sua mamma. leggi -> era la gattina debole.
a otto mesi ha avuto una peritonite cattivissima. in clinica l’avevano data per spacciata, mia sorella ha chiesto “sta soffrendo?” “no, non soffre”. e allora mia sorella ha deciso di farla vivere ancora. era viva e sana. due giorni e centosessantamilalire dopo.

cleo è una gatta che non è mai stata sana, di salute. in una convivenza di mia sorella ha vissuto con altri tre gatti.
quando mia sorella cambiava appartamento, appoggiando le sue cose dall’amante dell’epoca, si è fatta dei giri. è sparita tra gli isolati. la sister l’aveva data per dispersa. poi cleo è tornata in quella casa di passaggio che non conosceva per niente.

cleo è una gattina malata e complicata. se le vuoi troppo bene a modo tuo ti urla, ti morde. se ti fai voler bene come piace a lei è tutto grande grandissimo amore.

comunque cleo respirava male, le sanguinava il naso, l’ho portata dalla mia veterinaria. e però quel pomeriggio alla mia veterinaria era arrivata un’urgenza chirurgica. mentre vedevo la gente col gattino/canino incazzarsi, mentre di là la veterinaria era in chirurgia d’urgenza con un cane con la milza spappolata pensavo “mandateveneafanculo, voi che dite di amare gli animali. la vostra ora di permesso per il cane con la tosse cronica o l’unghia incarnita non vale l’emergenza chirurgica, diocane”.

diocane l’ho scritto apposta. mi piaceva, qui.

quindi io ho aspettato un’ora, ma alla fine la mia gatta l’ho fatta vedere a un’altra veterinaria. la carla rimuoveva una milza, in quel momento.

quando l’altra veterinaria (mara. oncologa) mi ha detto “credo sia un tumore. ma non posso dirlo per certo fino a quando non..” mi è venuto da piangere su “tumore”. scontata. banale. lo so.

poi l’ho ascoltata ancora. ho fatto a cleo la terapia di dieci giorni. poi però volevo vedere solo la carla. mi fido così tanto del suo modo di.

non ci siamo fumate una sigaretta (altre volte sì). ma mi ha detto subito “non so bene che indicazioni darti”. anche senza sigaretta eravamo sedute lì, con dei silenzi.
“da veterinaria ti direi di fare tutto il possibile per. col rischio che la perdi nel lungo percorso diagnostico”.
mi ha raccontato quanto invasivo sarebbe il percorso diagnostico. e se anche sopravvive al percorso diagnostico. cleo è cardiopatica, ha insufficienza renale. non si esclude ipertiroidismo o diabete. oggi pesava due chili, cazzo. cirillo ne pesa almeno sei.
se anche sopravvive al percorso diagnostico diventa difficile darle la cura di mantenimento.

il motivo per cui io amo la mia veterinaria è che posso davvero star lì in silenzio, condividere il momento “e mo’, che cazzo faccio?”. mentre lei pastrugna la gatta per tranquillizzarla e mi spinge verso il non accanimento.

da veterinaria spingerebbe fino alla fine. da umana con gatto in casa diciannovenne mi ha detto che no, lei non lo farebbe.
“continua a darle le gocce. fai dei fumenti. chiamami, fammi sapere”.

“ti chiamo quando va male. aiutami, quando va male”.

cleopatra è anziana. si è ammalata di più. non lasciatemi da sola. che poi lo so che quando parli all’internètt parli quasi a nessuno.

Cleopatra

preordini fanatici

questo.

sharon van etten

e poi un biglietto per una data del tour europeo. sono indecisa se comprare il secondo e riservarmi di decidere alla fine, a seconda di bla bla circostanze, dove andare. è che il biglietto già preso (che non ho comprato io) è per un sabato. e mi sono ricordata che anche in quella città posso essere ospitata. quindi forse vado lì, aldilà delle circostanze tutte.

è che stamattina improvvisamente mi si è riacutizzata la sharonettite, dopo che ieri sera sono andata a letto spegnendo il computer dopo questa cosa qua.

edit: riguardo, riascolto e mi innamoro sempre di più. no, ma la chitarra? e la voce? e come muove la testa mentre canta? e il sorriso all’amica heather? e quanto è bona l’amica heather, pure? (non l’avevo mai vista prima di ora, heather w. b., le avevo solo ascoltato il disco). ma la beltà sconfinata, dico? ♥
forse non devo avere paura di questo disco in arrivo. forse mi metto ad aspettare, senza andare a caccia di leak di torrenti che poi si rivelano gran pacchi. non ho più fretta su niente, io.

il nonno.

sebbene sia morto che io avevo neanche sette anni ho un ricordo vivissimo di mio nonno paterno. sarà proprio per via dell’età, quell’infanzia in cui fai i voli pindarici di creatività e fantasia, che lui alimentava con mille storie di marinai e posti lontani. e sì che non ho gran ricordi dell’infanzia, ma il librone delle favole raccontate da lui e io sulle sue ginocchia che ascoltavo e guardavo ammirata le figure favolose lo ricordo benissimo. i suoi quadri, le sue navi in bottiglia, tutte le creazioni fatte con fauna e flora del mare. queste sono più facili da ricordare, perché sono rimaste e negli anni ho avuto modo di guardarle e ricordare, a casa dei miei zii.
mio nonno era un artista e un vecchio comunista. questo è il ricordo che ho di lui. non saprei dire neanche che mestiere facesse da giovane. aveva i tatuaggi blu china, una sirena che si muoveva col guizzo del muscolo. i fascisti gli avevano fatto bere l’olio di ricino. mia nonna e mia zia lo maltrattavano un po’, perché con le sue vernici e le sue cose sporcava qua e là. ricordo le passeggiate giù al porto o i sonnellini pomeridiani nel lettone, tra lui e la nonna.
da adulta ho sempre desiderato avere qualcosa di suo. avevo puntato una stella marina, dipinta di rosso, al centro una composizione di coccioli (laggiù chiamiamo genericamente coccioli le conchiglie di ogni fatta): falce e martello, dipinti di giallo.
non ho mai avuto modo di chiederla a mia zia, perché per quanto la veda una volta l’anno, tutte le volte che vado giù al mare, non metto piede in casa sua da tantissimi anni. perché stiamo al mare, appunto.
mia sorella è scesa giù per qualche giorno dopo natale. ha detto a mia zia che io avrei tanto voluto avere un ricordo del nonno. lei ha detto “so io cosa darle. l’accendino del nonno”. mio zio “che accendino?”. “quello del partito!”

stare bene.

e poi succede e basta. stavo per scrivere “è come un clic”, ma non è vero, non è un interruttore che fa passare da uno stato al suo opposto. somiglia più a quelle luci di cui regoli l’intensità. e però con un unico gesto deciso puoi anche passare da debole-fioca a intensa-quasi accecante.
succede che smetti di lagnarti.
questa fine dell’anno appena passato per me è stata particolarmente importante. finalmente faccio il lavoro che ho sempre fatto con passione, finalmente posso farlo senza paura di esser buttata via. lo faccio in una posizione che è la mia e che ora ha pure un nome.
stamattina in riunione un dirigente mi ha fatto auguri e complimenti per il concorso che ho vinto. gli ho detto “sai, sono dodici anni che lavoro per il comune. mi sembrava giunta l’ora di diventare dei vostri”. lui mi ha risposto “io ce ne ho messi sedici. ho iniziato a lavorare per il comune nel 1994, ho vinto il concorso nel 2010″. lui è un dirigente, ma che c’entra. io ho fatto bene a tenere duro, mentre negli anni tutti i miei colleghi si licenziavano. è il mio lavoro. lo amo, proprio. vado a guadagnare di meno, ma non me ne frega proprio niente.

poi.
un paio di giorni prima della fine dell’anno sono stata a una festa di compleanno di persona bella e cara. sapevo che lì avrei incontrato quell’amica che mi è stata intima per tredici anni, ma con la quale c’è stato uno strappo – una lacerazione, proprio – sei mesi fa. per la prima volta in sei mesi però non mi sentivo in imbarazzo. l’ho anche salutata con naturalezza quando è arrivata. il primo saluto in sei mesi. poco dopo mi si è avvicinata, mi ha abbracciato. l’ho abbracciata, le ho detto “cretina”. ci siamo abbracciate. più in là mi ha detto “ma stasera vuoi parlare con tutti tranne che con me? ci tocca farlo, visto che ti sogno un giorno sì e uno no”. “e io ti sogno cinque notti su sette”. ci siamo sedute, abbiamo parlato degli ultimi sei mesi delle nostre vite.

qualche giorno prima, sempre in quella casa, avevo quasi deciso che per la sera-notte di capodanno non avrei voluto fare niente. certo non avrei voluto stare da sola. ho chiesto “mi tenete con voi?”. mi hanno detto di sì. avevo comunque un invito a una cena molto porca con un’altra quindicina di amici. però sentivo di non aver voglia di casino. “mi sto facendo vecchia”, pensavo. lo dicevo, anche.
quando poi ho capito che tutta o quasi la gente che conosco, provenienti da diverse cene e diverse case, sarebbe poi confluita verso la festa the last night on earth ho iniziato a dire ad alta voce “naa. io non vengo. no, non ce la posso fare più con le feste. naa, sono troppo vecchia per le feste. qualcuno mi accompagna a casa dopo il brindisi, sì?”

il primo gennaio del 2012 sono andata a dormire alle 11 del mattino.

la sera prima sono andata alla cena porca polenta e sughi vari e sono stata benissimo. sono stata così bene e ho mangiato abbastanza da sentirmi solo brilla. stavo bene, sono andata alla festa.
alla festa non mi sono mai resa conto del tempo che passava. forse avrò iniziato a ballare alle cinque, forse alle sette. chi può dirlo. prima ero distesa su dei cuscinoni a incrociare parole, sorrisi, dita e carezze con persone appena conosciute. la bellezza, proprio. stare bene. quando tra le mille parole bea mi ha detto “ho vent’anni” la mia sorpresa è durata il tempo della sorpresa. penso di aver recitato la cantilena “sono vecchia, io ne ho quaranta”, solo perché ormai è una specie di cassettina preregistrata che parte in automatico. ho smesso subito: stavo bene. poi sono andata a ballare. “tornate a bologna quando vi pare, la mia casa è grande e aperta. vi aspetto”.

dopo otto ore di sonno sono andata a mangiare gli avanzi nella nuova casa ancora vuota dell’amica intima per tredici anni. mi sembrava tutto così normale, come se questi sei mesi di lacerazione non fossero mai passati. abbiamo ascoltato una sua playlist del 2006. che bella musica che c’era nel 2006. le ho fatto ascoltare il pezzo rancoroso di goyte, lei ha messo su l’ultimo M83 su cui avevo espresso il mio meh un paio di giorni prima. sabrina mi ha fatto un massaggio, ché non avevo neanche mezzo postumo drogalcolico, ma i muscolini erano un po’ provati.

e niente. la notizia è che sto bene.

altri cinque film

l’ho già scritto che non guardo film, giusto? però non ho ancora scritto come decido di guardare cosa guardare quando mi decido a guardare. da una parte ho chiaramente letto righe di blogghe&co. durante tutto l’anno, quindi il neurone ugo mi ricorda che forse potrei provare a guardare quei 3-4 film di cui si ricorda.
ma la mia botte sempre piena è la donna di prestigio, che lo dico a fare. è la mia consulente aggratis, almeno fino a quando non mi manda a cagare. leggere quello che scrive a prendere appunti non mi basta, ho bisogno di disturbarla di persona. le vtb, io. lei a me non so.
poi ogni anno da almeno un paio d’anni mi guardo le classifiche dei junkipoppi e prendo appunti pure lì. giorgio, apropò di quello che mi hai detto: warrior riesco a trovarlo soltanto tutto sottotitolato in svedese. se mi agevoli un torrent senza sottotitoli provo a cercarli io nel mio idioma o in inglese. in quel modo lì è un po’ dura. e poi c’è kekkoz. poi basta, che mica voglio vedere tutti i film dell’anno.

la sera della vigilia sono andata con la cinzia a far cena da mia sorella. con i film non c’entra niente, ma metto qui una fotina della serata che mi fa sorridere un po’ commossa. l’uomo sulla destra è il padre del nipoto, che giustamente per natale babbonatalava e stava con il figlio. a sinistra ci sono io che spacchetto uno dei millemila regali del nipoto.

e niente, l’accordo con la cinzia era: andiamo lì, ceniamo, poi torniamo a casa mia e guardiamo melancholia.

a tutt’oggi non ho ancora guardato melancholia. da sola non lo voglio guardare, e quella sera la cinzia se n’è andata a casa sua.

così, tornata a casa verso le 23.30 ho pensato “dai, metto su the tree of life. dev’essere bello, poetico per immagini. non sarà bello come al cinema, ma dai”

the tree of life
al trentasettesimo minuto avevo contato circa diciassette sbadigli e non so quante interruzioni (la pipì. la gatta piange-che vole?, faccio un giro su friendfeed, ho una notifica sull’iphone, faccio una mossa a wordfeud, ho freddo tiro su il termostato, ho un’altra notifica sull’iphone, rifaccio un giro su friendfeed). ho continuato stoica a guardarlo. poi mi sono resa conto che durava duecentordici minuti. ho interrotto la visione al 94esimo e sono andata a letto. l’ho ripreso e finito il giorno dopo. ho fatto lo stesso un sacco di interruzioni.
il mio commento su questo film è: che du cojoni. cioè. a me i video dei sigur ros piacciono, per dire. mi piacciono i ragazzini belli, nei video come nei film. mi piace anche certa narrazione per musica e immagini. però un video dei sigur ros dura al massimo otto-dieci minuti. mica centrotrentotto.
dai, sarò gentile: non è per niente un brutto film. però poteva tagliarne via almeno una trentina di minuti. quelli cosmico-mistici e del macrocosmo: che cojoni.

beginners
il giorno del santo natale come primo film ho guardato beginners. a un certo punto penso di aver detto ad alta voce (ai gatti) “anch’io voglio innamorarmi in quel modo lì”. a un certo punto (più punti) ho avuto gli occhi lucidi, in punti di emozione e punti di amore impossibile (che impossibile non era. e ai rigidoni degli amori impossibili gli faccio le pernacchie, io. scusate, ho da poco letto il primo capitoletto della bilancia dell’oroscopo di pesatori per il 2012. sono venere e saturno, io. sentimento e ragione). dov’ero rimasta? e niente, film perfetto da guardare nel giorno più solitario dell’anno, per me.

blue valentine
in serata ho guardato blue valentine. l’amore che marcisce. in primo luogo io se fossi lei neanche mi innamorerei di un cazzone così. ma io non sono né lei, né etera. e a parte il mio tono-stupideira con cui sto scrivendo di film non ho proprio gli strumenti nella vita per comprendere certe dinamiche nei rapporti tra uomini e donne. penso di non avere la possibilità di immedesimarmi/tifare di fronte a personaggi del genere. ché lui non è mica cattivo, ma è un uomo mediamente coglione. quindi va a finire che tengo per lei. comunque amarezza.

la pelle che abito
che non guardo film da anni lo sapete già. che non guardavo un film di almodovar da (controllo su google) tutto su mia madre (quindi 1999, pare) lo ignoravo. forse c’era un perché. so’ vecchia. per me almodovar è quello che mi hanno fatto conoscere gli amici ghei più grandi di me quando io ero una ragazzina. mi piaceva pure negli anni novanta, anche se ricordo di aver provato fastidio diverse volte. ecco, quest’ultimo film mi ha infastidito. non l’ho neanche capito, proprio. inutilità e fastidio.

true grit
io che i film non li guardo mi sono fatta quest’idea: i film dei coen dovrei cercarmeli e guardarmeli tutti. quelli alterni, insomma. quelli che piacciono sempre così tanto a me. se qualcuno mi vuol fare una lista qua sotto prendo volentieri appunti. westernazzo belissimo.

ah, ho una nota da fare ai registi di film: avete rotto gli zebedei con i flashback/avant&andrè. già sono una che si distrae (la pipì, la gatta che piange, wordfeud) se vi ci mettete pure voi poi non capisco più una cippa.

Il Natale di certe persone adulte.

(Dove adulto = >30, che in Itaglia si diventa adulti tardi)

1.
Vivi a 300-500-800-1200-1500-oltre km da casa dei tuoi, che spesso è la casa che ti ha dato i natali e che hai lasciato x anni fa. Torni per Natale. Ci torni anche perché in fondo laggiù c’è ancora una balotta di amici, che incontri giusto a Natale. I più attaccati a casa di mammà e vecchi amici ci tornano anche più spesso. Torni giù prendendo dei giorni di ferie, mica soltanto quelli di festa comandata. Ti diverti, fai volentieri anche i pranzi in 23 con la prozia rincoglionita e il nonno col soffio al cuore, i figli piccoli dei cugini che fanno caciara attorno ai tavoli. Esci con gli amici, magni e bevi. Bbello!

2.
Come sopra. Tranne che non fai volentieri i pranzi familiari affollati. Eviti gli zii, le domande imbarazzanti. Vorresti sopprimere i bambini. Stai sempre in contatto con i vecchi amici, cerchi di scappare da casa il prima possibile. Ti stoni di vino, grappino, limoncello. Scappi via appena puoi.

3.
Come sopra, anche se i pranzi familiari non sono affollati. E’ il pranzo con i tuoi. E i nonni, se sono ancora vivi. Soffri. Scappi via appena puoi.

4.
Laggiù non hai più amici, i nonni sono morti. Hai i tuoi, l’orrore. Non può esserci conversazione. Tuo padre è il solito stronzo, gli insegni le cose di internet. Tua madre cucina, l’aiuti. Tua madre ha lo sguardo basso. Tu stai zitta, l’aiuti, la attacchi. Non riuscite a parlare. Mangi, bevi, hai una ruga in più. Ti ingolfi di cibo, guardi tanta tv, dormi. Soffri. Piangi. Scappi via.

– Senza numero, ma sempre nel regno dell’orrorifico.
Sei in coppia, convivi. A nessuno dei due piace il Natale. A Natale vi separate, ognuna a casa di mamma sua.
(All’inizio pensavo che questa fosse la cosa più triste. Poi ho visto che è piuttosto diffusa e l’ho capita: nessuno vuole condividere il proprio orrore familiare -fosse anche solo nella sua testa- con la persona che ama. Per chi vive il Natale in quel modo lì è la scelta più saggia. A ognuno il suo masochismo)

5.
Se sei adulto oltre la metà dei trenta è facile che torni a casa perché la mamma ci tiene. Lo fai perché le vuoi bene, lo fai perché ti senti in colpa (?)
Come sopra. Soffri.

6.
Se sei adulto oltre la metà dei trenta è facile che torni a casa perché la mamma ci tiene. Lo fai perché le vuoi bene. Stai bene, perché oltre i 35 anni di solito lo sfacelo passato con i tuoi lo hai risolto da un pezzo, magari anche a colpi di psicoterapia e antidepressivi. Stai bene, quanto mangi bene! Mangi tanto, bevi un po’, sorridi ai tuoi. Potrebbe anche scapparci la partita a carte di quando eri bambina. Ci stai poco, poi riparti.

7.
A casa non torni. Rimani lì dove vivi, che non significa che ai tuoi vuoi meno bene. La madre non si arrabbia, perché glielo hai fatto capire anni fa che tornare a Natale non faceva per te. I genitori li vedi lo stesso quando vengono a trovarti. Eventualmente vai a trovarli in altri periodi dell’anno. Ti sei fatta una vita di affetti fuori, giù a casa ci sono solo i tuoi.
Nonostante gli affetti a Natale o nei giorni lì attorno è facile che ti ritrovi da sola. Cambi le lenzuola, fai le lavatrici. Stappi una bottiglia di rosso buono e guardi mille film con i gatti addosso a te.

Quel punto 7 lo pratico da prima dei trent’anni. Detto questo sono così tanto adulta che ormai mi sento dalla parte dei grandi. E mi piacerebbe sorseggiare questo rosso giocando a carte con mia nonna, tipo. Solo che l’ultima nonna è morta troppi anni fa.

Se i miei mi assicurano almeno una partita di carte l’anno prossimo faccio il punto 6, mai praticato da quando sono venuta via da casa. E’ che a Natale ci arrivo quasi sempre senza ferie. E se ho due giorni di ferie voglio cambiare le lenzuola, fare le lavatrici, guardarmi i film con i gatti sulle gambe e una bottiglia di rosso buono. La cosa che mi manca di più a Natale (oggi, ma anche da qualche anno) è giocare. Ma penso di aver smesso di giocare a carte a 14 anni, quindi di che sto parlando.
L’unico regalo che ho ricevuto questo Natale è stato uno Scarabeo. Non ci ho ancora giocato, non posso giocarci col gatto. Forse ora vado a farmi una partita da sola contro me stessa.

porgo a tutti i miei auguri di natale (grazie a musicanoiosa, che ieri mi ha fatto sorridere)

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